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Istituto Oikos e lo stambecco delle Alpi: una storia che vale la pena raccontare


Stambecco 2020

Pietra angolare dell'esistenza e del lavoro di Oikos


Storia e obiettivi del progetto "Stambecco 2020": un'iniziativa di Istituto Oikos, Parco Nazionale dello Stelvio, Parco Naturale Adamello Brenta e Università degli Studi di Sassari, per la quale gli enti coinvolti stanno cercando sostenitori, finanziatori e sponsor.

Alcuni lo considerano un animale lento, tonto e noioso: troppo facile da avvicinare! Come se millenni di evoluzione dovessero portare un animale ad essere svelto, intelligente e difficile da osservare a breve distanza…
In realtà, lo stambecco delle Alpi è semplicemente un relitto glaciale abbandonato sulle nostre montagne, una capra selvatica sopravvissuta al tempo che scorre.
Una capra: nulla di più e nulla di meno.
Lo stambecco è un tassello di una natura più grande di lui e più grande di noi, della quale a volte facciamo fatica a comprendere il senso profondo.
Ma, come sempre accade, il senso alle cose lo diamo noi e, come d’incanto, lo stambecco diventa qualche cosa di più di una semplice capra, prendendo il significato di un elemento di grande importanza naturalistica e sociale.

È in questo contesto che per Istituto Oikos lo stambecco è diventato anche una delle pietre angolari sulle quali basare la propria esistenza e il proprio operato.
Quella tra Istituto Oikos e lo stambecco è una storia che nasce in modo sincrono alla nascita della conservazione della fauna, intesa come disciplina utile a mettere ordine nella volontà dell’uomo moderno di riavvicinarsi alla natura riparando, quando possibile, a errori fatti nel passato.
Lo stambecco è infatti, senza dubbio, un ottimo esempio, forse il migliore, per raccontare quanto sia cambiata l’attitudine dell’uomo nei confronti della natura.

Da sempre oggetto di caccia, la specie è arrivata all’inizio del 1800 vicina all’estinzione, tanto che Re Vittorio Emanuele II di Savoia ne decise la tutela con l’obiettivo di riportarla a valori numerici soddisfacenti. Nei decenni successivi, dopo la ripresa numerica, lo stambecco fu oggetto di una vasta operazione di “traslocazione abusiva” operata nella Confederazione Elvetica grazie al furto di numerosi capretti nelle vallate piemontesi e valdostane. Successivamente, assecondando la crescita di attenzione dell’uomo nei confronti della natura, lo stambecco è diventato il protagonista di numerose operazioni pionieristiche di reintroduzione, spesso realizzate senza studi accurati che ne valutassero la correttezza naturalistica e con l’immissione di un numero di individui inadeguato, tanto da dare origine a nuclei fragili sotto l’aspetto genetico.
Solo a partire dagli anni ’80 del secolo scorso le reintroduzioni sulle Alpi hanno preso la forma di progetti strutturati, basati su attenti studi di fattibilità e incardinati in una strategia di conservazione di ampio respiro che ha coinvolto diverse regioni alpine.
È in questo periodo che, grazie all’opera del prof. Guido Tosi è iniziato il Progetto Stambecco Lombardia, che nell’arco di poco più di un decennio ha portato alla liberazione di circa 200 stambecchi in una decina di località della regione.

Il Progetto Stambecco Lombardia è stato focale soprattutto per la messa a punto di strategie di conservazione da adottare nell’ambito dei progetti di reintroduzione, non solo dello stambecco ma anche di altri mammiferi. In tal senso e a titolo di esempio, basti pensare che anche il progetto di reintroduzione dell’orso bruno effettuato in Trentino è stato basato sugli stessi processi logici usati per lo stambecco, adattando solo le diverse misure previste per le peculiarità legate alla biologia della specie e al contesto territoriale.
In altre  parole, attorno alla figura dello stambecco si è costruito quell’apparato formale che ha portato sia a una certa razionalizzazione delle risorse a disposizione in campo faunistico, sia a dare dignità a una professione fino ad allora basata spesso sull’improvvisazione.
Grazie allo stambecco sono state scritte pagine importanti dei libri di testo sulla conservazione, una disciplina che per crescere ha avuto bisogno di farsi le ossa sul campo.

È anche per assecondare questa necessità di crescita che nel 1996 è nata Istituto Oikos che, non a caso, ha messo quasi subito lo stambecco al centro del proprio logo.
I simboli sono sempre una dichiarazione di intenti e la figura dello stambecco vuole rappresentare ormai da un ventennio la necessità di intervenire con rigore e professionalità per salvare le risorse naturali del nostro pianeta. Il fatto che lo stambecco del logo di Oikos nella sua stilizzazione ricordi un’antilope è un fatto voluto per ricordare l’impegno dell’organizzazione anche nel continente africano.
La conservazione della natura è un impegno troppo importante per essere basato solo sulla volontà dei singoli e sulla loro passione. Sono necessari studi di dettaglio sui quali basare regole condivise che portino a risultati concreti.
È in tutto questo che risiede l’eccezionalità del messaggio tecnico lasciato da Guido Tosi, uno dei fondatori di Istituto Oikos, riassumibile in poche semplici parole: professionalità, impegno, creatività.

Esiste quindi un chiaro filo logico che collega Oikos e la conservazione dello stambecco. È su questi presupposti, forse un po’ romantici ma di indiscutibile importanza, che si è deciso di “andare oltre” e proporre una nuova fase di lavori che ha l’obiettivo di stabilizzare la presenza della specie sulle Alpi Centrali.
Come la responsabilità di far evolvere la conservazione in una vera e propria disciplina è stata condivisa tra numerosi studiosi, anche il progetto di conservazione sulla Alpi Centrali è stato ideato grazie ad una stretta collaborazione tra Istituto Oikos, l’Università degli Studi di Sassari dove opera il Prof. Apollonio, da sempre coinvolto nella conservazione della fauna alpina, il Parco Nazionale dello Stelvio dove da anni lavora il dott. Luca Pedrotti e il Parco Naturale Adamello Brenta, dove risiede una popolazione di stambecco condivisa con il Parco dell’Adamello in Regione Lombardia.
Quattro strutture per un unico progetto.
Perché una capra selvatica può rappresentare molto più di quello che è, nello splendore della sua essenza di animale selvatico…

 Andrea Mustoni,
 zoologo del Parco Naturale Adamello Brenta e membro del Comitato Scientifico di Istituto Oikos.

 

Le azioni concrete

Istituto Oikos, il Parco Nazionale dello Stelvio, il Parco Naturale Adamello Brenta e l'Università degli Studi di Sassari hanno posto le basi per una serie di iniziative di conservazione dello stambecco, a scala trans-regionale, incentrate sulla porzione centrale dell’Arco Alpino.
In particolare, nel documento “Iniziative per favorire la conservazione della specie nelle Alpi Centrali Italiane” vengono analizzati i dati resi disponibili dal Gruppo Stambecco Europa relativi alle 24 colonie presenti nella porzione centrale delle Alpi Italiane e, a partire da questi, portati suggerimenti gestionali per le 7 Unità di Gestione (UDG) in cui è suddivisibile il territorio.
Si tratta di iniziative concrete legate alla necessità di approfondire le conoscenze sulle colonie, o di interventi diretti sull’habitat o sulla specie (rinforzi, reintroduzioni, etc.) che, se opportunamente gestite anche a livello di comunicazione, potrebbero portare a evidenti ricadute positive sull’intera componente naturale.
La speranza è che le iniziative proposte, se realizzate singolarmente o all’interno di un piano comune e condiviso, possano favorire una strategia complessiva tra tutte le strutture/amministrazioni/associazioni interessate alla conservazione della specie.

SE VUOI CONTRIBUIRE AL PROGETTO O RICEVERE MAGGIORI INFORMAZIONI, SCRIVI A:
filippo.zibordi@istituto-oikos.org

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PER VEDERE IL VIDEO RELATIVO AI COMBATTIMENTI TRA STAMBECCHI MASCHI CLICCA QUI

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