La fine dell’inverno come lo conosciamo: sciare in un clima che cambia

Nell’immaginario collettivo l’inverno è sinonimo di freddo e neve, ma al di là di questa stagione (insolitamente) più fredda delle ultime, è ormai evidente come gli inverni siano sempre più miti e paesaggi invernali sempre meno bianchi. Dati, impatti ambientali e un futuro da ripensare.

Al centro delle discussioni su carenza di neve e cambiamento climatico c’è spesso lo sci: modalità di gestione, costi, sostenibilità del settore.
Questo sport è stato un motore di crescita economica per moltissime località, che ancora oggi vivono di turismo e hanno tutti gli interessi a salvaguardarlo. Per milioni di persone lo sci è uno strumento con cui connettersi con le montagne: non solo una passione, ma simbolo di identità. Tutto questo va sicuramente protetto e valorizzato, ma con lungimiranza: perché i dati sull’impatto ambientale dell’industria sciistica ci confermano che il settore debba essere ripensato. La neve scarseggia e sciare diventa sempre più complicato: i costi economici e l’impatto sulla natura stanno diventando troppo alti. Cosa sta accadendo? Ed esistono soluzioni per contenere i danni e limitare i costi?

La nascita di un comprensorio, e tutto quello che comporta

Trasformare versanti montani in piste da sci, con impianti di risalita e servizi annessi, comporta una perdita significativa di foreste, di suolo maturo e di conseguenza di biodiversità. Per realizzare una pista da sci, è di solito necessario disboscare e sbancare versanti, modellati per ottenere la pendenza desiderata e una superficie uniforme, priva di asperità. A queste trasformazioni si aggiunge la costruzione delle infrastrutture necessarie al funzionamento del comprensorio: impianti elettrici e idrici per i rifugi, cannoni spara neve, impianti di risalita e i bacini di riserva per l’acqua. Tutto questo comporta la distruzione e la frammentazione di habitat naturali: e così numerose specie sono costrette a modificare l’utilizzo del territorio e a cercare nuove aree di foraggiamento.
Gli effetti sulla fauna sono ben documentati: nelle zone boschive, ad esempio, gli uccelli si allontanano dai boschi vicini alle piste, mentre i micromammiferi, come ghiri e arvicole, non le attraversano nemmeno, rimanendo confinati in alcune aree del bosco. Inoltre, la rimozione di suolo maturo per creare piste da sci trasforma i terreni forestali in ambienti ecologicamente semplificati, con una struttura, una composizione e una funzionalità biologica molto povere. Le specie specializzate - organismi che prosperano solo in specifiche condizioni ambientali - sono così progressivamente sostituite da specie comuni e adattabili; il suolo diventa povero di artropodi (insetti, ragni, cavallette) e, a cascata, tutti gli animali che se ne nutrono. Questo processo finisce per ridurre la biodiversità, la resilienza ambientale e la funzionalità ecologica dei territori.
Ma purtroppo non finisce qui: a questi impatti diretti si sommano quelli indiretti delle attività sportive e ricreative che andranno a influenzare le abitudini della fauna.

Una macchina energivora

Un comprensorio sciistico è una macchina energivora che opera generalmente da dicembre ad aprile, anche se negli ultimi anni molti impianti restano aperti anche in estate per ampliare l’offerta turistica. Il funzionamento comporta emissioni di CO2 e richiede ingenti quantità di acqua ed energia, in misura variabile a seconda delle dimensioni del comprensorio e della durata della stagione.

Le emissioni di CO2 sono dovute principalmente all’utilizzo di energia non rinnovabile e al consumo di gasolio da parte dei mezzi battipista, che possono arrivare a circa 35 litri all’ora. L’energia viene utilizzata per alimentare gli impianti di risalita e l’innevamento programmato, mentre l’acqua serve principalmente per produrre neve artificiale.
Secondo la guida ‘Carbon Footprint di una stazione sciistica’, per ogni metro di dislivello servito dagli impianti di risalita si consumano tra 300 e 1300 kWh/anno. Questo significa che una seggiovia che supera alcune centinaia di metri di dislivello può richiedere, in una sola stagione, alcune centinaia di migliaia di kWh di energia elettrica.
Se pensiamo che in Italia attualmente esistono 286 comprensori, con oltre 5.000 km di piste e circa 1.800 impianti di risalita, il consumo complessivo annuo è stimato tra 1 e 2 TWh di elettricità. L’equivalente del fabbisogno elettrico annuo di circa 400.000–800.000 famiglie italiane. Non rende ancora a sufficienza l’idea? L’energia è pari a quella che serve per tenere accese tra i 90 e i 180 milioni di lampadine per un anno intero.

E in estate?

L’impatto dei comprensori non si limita alla stagione invernale. Durante l’estate si lavora per l’inverno successivo. Gli impianti di risalita, le piste, i rifugi e i bacini idrici richiedono una manutenzione continua, che si traduce in cantieri diffusi e in una presenza costante di mezzi e operatori sul territorio. Negli ultimi anni, inoltre, molti comprensori hanno ampliato l’offerta turistica estiva: alle piste da sci si affiancano percorsi per trekking, mountain bike e altre attività outdoor. Se da un lato questo consente di sfruttare infrastrutture già esistenti, dall’altro aumenta il consumo di energia e le emissioni complessive su base annua. Si prolunga inoltre il periodo di presenza umana in montagna, intensificando il disturbo alla fauna alpina anche nei mesi cruciali per la riproduzione e l’allevamento della prole.

Dov’è finita la neve?

Uno studio del 2024 ha mostrato che negli ultimi 40 anni è diminuita l’intensità delle nevicate, ed è aumentata la temperatura media registrata in inverno. In alcune aree questo significa meno precipitazioni complessive; in altre, precipitazioni che un tempo cadevano sotto forma di neve oggi arrivano come pioggia. Le zone più colpite sono quelle a quote inferiori ai 1.500 metri, dove la scarsità di neve naturale è ormai strutturale. Per compensare questa mancanza si ricorre sempre più all’innevamento artificiale. La neve prodotta artificialmente è neve a tutti gli effetti, ma viene ottenuta nebulizzando acqua accumulata in bacini artificiali. Se in passato rappresentava un’integrazione occasionale, oggi è diventata indispensabile per garantire l’apertura dei comprensori per l’intera stagione. Le Olimpiadi invernali di Pechino del 2022 ne sono un esempio emblematico: le competizioni si sono svolte esclusivamente su neve artificiale, in una regione dove le precipitazioni nevose naturali non sono più sufficienti. La produzione di neve artificiale ha però un costo ambientale elevato. Con un metro cubo di acqua si producono circa 2,5 metri cubi di neve; in alternativa, sono necessari 400–450 litri di acqua per ottenere un metro cubo di neve. Secondo il WWF, in Italia vengono utilizzati ogni anno circa 95 milioni di metri cubi di acqua per l’innevamento delle piste, con un consumo energetico di circa 600 GWh: l’equivalente del fabbisogno elettrico di una città di 1,5 milioni di abitanti.

Olimpiadi e neve artificiale: la pressione sulle montagne

Nonostante i dati a disposizione, i costi e l’impatto ambientale, si continua a investire in un settore che ha un futuro sempre più incerto. Le Olimpiadi invernali che stanno cominciando sono forse la miglior testimonianza di quanto il cosiddetto “business as usual” sia attuale in questo settore.
Nel 2016, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi aveva chiesto che non venissero più organizzati giochi olimpici invernali sulle Alpi perché insostenibili per un ambiente così delicato. Dieci anni dopo, tutti i giornali parlano degli impatti che questo evento sta già avendo e avrà sull’ambiente, con un occhio di riguardo all’aspetto “neve” che ha tardato ad arrivare o non è ancora arrivata. È ancora presto per stabilire quale sarà l’effettivo impatto, ma le stime danno dati preoccupanti: 948 mila mc di acqua per produrre 2,4 milioni mc di neve.

Verso il futuro: un compromesso inevitabile

La maggior parte dei comprensori sciistici è stata costruita tra gli anni ’60 e gli anni ’80. Oggi il dibattito si concentra soprattutto sull’ammodernamento degli impianti e sulla loro sostenibilità economica e ambientale. Molti comprensori stanno introducendo misure di mitigazione: impianti di risalita più efficienti, pannelli solari per la produzione di energia rinnovabile, un utilizzo più mirato dei cannoni per l’innevamento programmato e l’impiego di mezzi battipista ibridi. Tutte queste misure non renderanno i comprensori sciistici a impatto zero, ma sono comunque un tentativo per ridurre l’impatto di strutture già esistenti.
In un contesto di cambiamento climatico e di crescente fragilità degli ecosistemi alpini, la questione non è più solo come rendere sostenibili i comprensori, ma fino a che punto questo modello turistico sia compatibile con il futuro delle montagne.
La questione dello sci è quindi oggi estremamente controversa. Non riguarda solo gli sciatori e gli appassionati, ma coinvolge intere comunità, territori montani e regioni che su questo settore hanno costruito la propria economia e anche la propria identità, insieme agli ecosistemi alpini che ne sopportano i costi. Non sarà semplice trovare una soluzione condivisa. Tuttavia, i dati scientifici ci dicono con chiarezza che rimandare non è un’opzione.