Prima ancora di essere scritte nei libri di storia, le guerre lasciano segni profondi nel paesaggio: foreste bruciate, suoli contaminati, habitat frammentati e popolazioni animali in declino. La perdita di biodiversità va oltre la distruzione immediata: quando un ecosistema viene alterato, cambiano anche le relazioni tra le specie e la sua capacità di rigenerarsi. Ma la natura non è soltanto una vittima della guerra. Può diventare anche parte della soluzione.
Fin dai primi anni di scuola studiamo la storia come un susseguirsi di eventi bellici. Ma i conflitti non si fermano ai confini delle società che li combattono: la devastazione si riversa in fiumi, suoli, fauna e flora, trasformando la natura da patrimonio dell’umanità a territorio da conquistare e sfruttare. La guerra provoca così non solo crisi umanitarie, ma anche ecologiche.
La distruzione fisica degli ecosistemi
Oltre a bombardamenti e attacchi, la guerra comporta la riconversione di vaste aree a scopi bellici: trincee, infrastrutture, strade militari e barriere alterano la morfologia e frammentano gli habitat.
Le barriere che isolano
Per la fauna terrestre queste infrastrutture possono diventare barriere che interrompono corridoi ecologici, migrazioni e limitano lo scambio genetico tra le popolazioni. Ne è un esempio la barriera di segregazione in Cisgiordania, costruita dal 2003, alta fino a 9 metri e lunga oltre 700 km. L’isolamento può indebolire le popolazioni, favorire la consanguineità e aumentare la vulnerabilità fino all’estinzione locale.
Bombardamenti e trasformazione del paesaggio
Le armi esplosive lasciano cicatrici durature: i crateri creati dai bombardamenti possono alterare i regimi idrologici per decenni. Nella Striscia di Gaza, ad esempio, l’avanzamento delle posizioni militari e le fortificazioni sono correlati alla distruzione di oltre il 70% dei terreni agricoli e di circa l’83% della vegetazione.
Gli impatti sulla vegetazione danneggiano interi ecosistemi
Perdere la copertura vegetale non significa però soltanto perdere alberi, arbusti o coltivazioni. Significa sottrarre rifugi, aree di riproduzione e risorse alimentari a molti organismi. La frammentazione riduce e isola le popolazioni e può far scomparire le relazioni ecologiche necessarie al funzionamento dell’ecosistema.
Inquinamento di aria, acqua e suolo: munizioni tossiche
L'uso massiccio di esplosivi, proiettili d'artiglieria e ordigni incendiari rilascia nell'ambiente un mix letale di sostanze e metalli tossici, tra cui piombo, mercurio e uranio impoverito. Questi contaminanti, insieme ai residui di munizioni e alle perdite di carburante delle macchine belliche, possono persistere nel suolo, nei sedimenti e nelle acque per decenni. Per poi raggiungere fiumi, falde acquifere e zone umide. E questo compromette le riserve di acqua dolce e contamina gli ecosistemi acquatici.
Una reazione a catena: i contaminanti entrano nella catena alimentare
Una volta immessi nell'ambiente, alcuni metalli pesanti e sostanze chimiche possono accumularsi nei tessuti degli organismi animali e vegetali e aumentare lungo la catena alimentare, attraverso fenomeni di bioaccumulo e biomagnificazione. Gli effetti tossici possono così manifestarsi anche a distanza di molti anni e colpire specie che non sono mai entrate direttamente in contatto con la fonte originaria della contaminazione.
Suoli contaminati e perdita di fertilità
La contaminazione altera struttura e chimica del terreno, può renderlo inadatto all’agricoltura e ostacolare la rigenerazione della vegetazione nativa, e questo talvolta favorisce il diffondersi di specie invasive. In Vietnam, la diossina persiste nei suoli decenni dopo l’uso dell’“Agente Arancio”: gli USA rilasciarono 72-77 milioni di litri di erbicida su circa 2,6 milioni di ettari, causando una mortalità degli alberi fino all’80% e distruggendo vaste aree di giungla e mangrovie.
Ecco da dove arriva il concetto di “ecocidio”
Distruggere una foresta significa eliminare siti di nidificazione, rifugi e cibo, modificare temperatura e umidità, alterare la micro-fauna e interrompere relazioni ecologiche costruite nel corso di milioni di anni.
Ne deriva un ecosistema più povero e meno complesso, in cui prosperano organismi generalisti e opportunisti. La perdita di biodiversità può proseguire a lungo dopo la guerra: una devastazione ambientale così profonda che ha contribuito alla nascita del concetto di ecocidio.
Palestina: il Mediterraneo in pericolo
In Palestina, la distruzione e il collasso degli impianti di trattamento stanno contaminando il Mediterraneo: circa l’80% delle acque reflue, pari a 50.000 metri cubi al giorno, viene scaricato in mare. L'immissione continua di sostanze organiche, contaminanti e microrganismi possono alterare gli ecosistemi costieri e la catena trofica marina.
L'acqua come strumento di guerra
L’acqua non è solo una "vittima collaterale", ma può essere usata come arma per rendere il territorio nemico inabitabile. Un esempio? Negli anni ’80 e ’90, il regime di Saddam Hussein prosciugò deliberatamente le zone umide del delta dell’Eufrate e del Tigri, distruggendo un ecosistema per privare le popolazioni locali di sussistenza e rifugio.
Una ferita silenziosa: l’impatto su flora e fauna
Quando la vegetazione viene distrutta dal fuoco, dai bombardamenti o dai mezzi militari, la rigenerazione naturale non è scontata.
È uno degli aspetti più subdoli della perdita di biodiversità: una foresta può tornare verde senza essere più la stessa. Se cambiano le specie vegetali, cambiano risorse, luoghi di nidificazione, materia organica nel suolo e relazioni tra predatori e prede. La perdita di vegetazione si propaga quindi nell’intera rete ecologica. In Ucraina, nei primi due anni di guerra sono andati perduti oltre 1.500 km² di foreste per incendi e attacchi diretti.
Incendi, erosione e desertificazione
Gli incendi possono danneggiare il suolo, ridurne la fertilità e alterarne la capacità di trattenere l’acqua. Se si aggiunge il sovrasfruttamento delle risorse forestali da parte di popolazioni senza altre fonti di combustibile o sostentamento, il degrado può arrivare a erosione e desertificazione. In Darfur e Afghanistan, la perdita della copertura vegetale ha aumentato la vulnerabilità a tempeste di sabbia e inondazioni e ridotto i servizi ecosistemici da cui dipendono esseri umani e animali.
La fauna sotto pressione: dalla mortalità diretta al bracconaggio
Se la flora viene colpita soprattutto attraverso la distruzione e la trasformazione degli habitat, per la fauna la guerra aggiunge un’altra forma di pressione: la mortalità diretta. Bombardamenti, incendi ed esplosioni possono uccidere gli animali sul posto, ma gli effetti più duraturi possono derivare da spostamenti delle popolazioni, perdita dei sistemi di controllo, diffusione delle armi e collasso delle economie locali, che favoriscono bracconaggio e caccia di sussistenza.
Secondo la Lista Rossa dell’IUCN, almeno 219 specie sono minacciate direttamente da guerra, disordini civili o attività militari.
Durante il genocidio del 1994 in Rwanda, nel Parco Nazionale di Akagera fu ucciso circa il 90% dei grandi mammiferi. In diverse aree della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica Centrafricana, gli elefanti africani hanno subito crolli del 50-90% a causa del bracconaggio usato per finanziare milizie e insurrezioni.
Le estinzioni locali nei territori palestinesi
Nei territori palestinesi sono scomparse localmente diverse specie, tra cui ghepardo, orso bruno siriano, daino mesopotamico e capriolo. Nel censimento della Lista Rossa della Cisgiordania del 2025, 27 specie di piante vascolari sono state classificate come estinte nel territorio, essendo conosciute solo attraverso campioni storici e mai più ritrovate.
Specie aliene: i conflitti come vettore
La guerra può modificare la biodiversità anche trasportando involontariamente specie. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il serpente bruno arboricolo raggiunse Guam attraverso il traffico di merci e mezzi e, in assenza di predatori, contribuì al collasso dell’avifauna nativa: delle 13 specie originarie, solo tre sono sopravvissute. Le conseguenze ecologiche delle attività militari possono quindi manifestarsi anche senza distruzione diretta degli habitat.
Ricostruire senza distruggere ancora: la natura come strumento di pace
La fine dei combattimenti non coincide necessariamente con la fine della pressione sull’ambiente. La ricostruzione può creare nuovo degrado quando l’urgenza di ripristinare case, strade e infrastrutture prevale sulla sostenibilità.
Ricostruire richiede cemento, acciaio, energia e materie prime. Nella Striscia di Gaza, si stima che le operazioni potrebbero generare circa 32 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, oltre alle pressioni legate allo smaltimento di macerie, bonifiche e infrastrutture. La ripresa economica può inoltre spingere a sfruttare intensivamente foreste, minerali, acqua e suolo.
È qui che entra in gioco il peacebuilding ambientale, un approccio che usa gestione, protezione e condivisione delle risorse naturali per prevenire tensioni e costruire una pace più duratura. Acqua, foreste, suolo e biodiversità possono diventare un terreno comune sul cui ricostruire relazioni tra comunità divise. La gestione condivisa dell’acqua può trasformare una risorsa conflittuale in cooperazione attraverso l’idro-diplomazia; nel bacino del Lago Ciad, ad esempio, il progetto BRIDGE ha promosso forme di gestione congiunta.
Ripristinare una foresta significa recuperare fertilità del suolo, protezione dall’erosione e risorse alimentari; tutelare un bacino idrico significa restituire acqua potabile e irrigazione. In Afghanistan, programmi di riforestazione hanno creato occupazione rurale; in Rwanda, la conservazione dei gorilla di montagna ha contribuito allo sviluppo del turismo. Lo stesso principio guida i Parks for Peace, aree protette transfrontaliere che tutelano ecosistemi condivisi e favoriscono la cooperazione tra territori precedentemente in conflitto.
In territori devastati dalla guerra, ricostruire gli ecosistemi significa ricostruire anche sicurezza alimentare, accesso all’acqua, lavoro e stabilità sociale. Proteggere la natura significa quindi ricreare condizioni che permettano alle comunità di vivere senza trasformare scarsità, degrado e competizione per le risorse in nuove cause di conflitto.
La natura, da vittima silenziosa della guerra, può diventare parte integrante della costruzione della pace. Eppure, la pace può tornare molto prima della biodiversità.
