Le Alpi cambiano rapidamente e la fauna è costretta a inseguire il clima. Una sfida che rende ricerca e conservazione più importanti che mai.
Quando la cassa si apre, l’esemplare prima esita, forse abbagliato dalla luce improvvisa, poi scatta via con un rumore sordo, come di zoccoli su un pavimento di legno. È difficile credere che un caprone di quasi cento chili possa muoversi con tanta agilità, eppure è così: è uno stambecco che torna libero dopo qualche ora di cattività necessaria al trasferimento. Uno, poi un altro, un altro ancora… Sessantuno in alta Val Seriana, ventinove tra il Pizzo dei Tre Signori e il Monte Legnone: undici operazioni di rilascio, realizzate trasferendo esemplari provenienti dal Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Siamo sulle Alpi Orobie, sul finire degli anni Ottanta. È l’inizio di una storia di rinascita, una delle tante di cui lo stambecco è stato protagonista a cavallo tra XX e XXI secolo. Questa in particolare nasce da un progetto scientificamente solido e strutturato, la “Reintroduzione dello Stambecco sulle Alpi Lombarde”, coordinato dal professor Guido Tosi, esperto di conservazione della fauna e fondatore di Istituto Oikos. Nel giro di pochi decenni - anche grazie al lavoro di Oikos, che non a caso ha uno stambecco nel proprio logo – la popolazione orobica supera il migliaio di individui e l’iniziativa lombarda diventa un emblema della conservazione della biodiversità in Italia. Grazie agli sforzi di molti, lo stambecco riconquista le montagne da cui la caccia lo aveva fatto scomparire.
L’unica via è verso l’alto
Nel frattempo, però, le montagne hanno iniziato a cambiare.
Sulle Alpi il riscaldamento corre più veloce che altrove: più del doppio della media globale. Lo zero termico sale, la neve diminuisce, gli eventi estremi aumentano , i ghiacciai arretrano e il bosco avanza verso l’alto. Le Alpi svizzere ci mostrano un dato impressionante: dagli anni Settanta gli ecosistemi si sono spostati di circa 300 metri verso l’alto .
E quando la vegetazione cambia, cambia tutto il resto.
Gli stambecchi sono stati tra i primi a lanciare un segnale. Lo scioglimento precoce della neve anticipa la crescita dei pascoli, ma non le nascite dei capretti: un disallineamento che riduce la loro sopravvivenza . E quando le temperature superano i 14 °C, gli adulti smettono di foraggiare per non surriscaldarsi , accumulando meno energia proprio nei mesi cruciali.
I primi ma non gli unici.
Anche gli uccelli alpini stanno ridisegnando le loro mappe. Come mostra uno studio di Scridel et al. , la crisi climatica sta modificando la distribuzione delle specie: quelle adattate a climi freddi restringono la loro area di presenza, mentre quelle legate a condizioni più miti lo ampliano. La nicchia termica diventa così il miglior indicatore di chi perde e chi guadagna spazio.
Lo stesso accade agli insetti. Il caso di Nebria germarii, un piccolo coleottero che vive ai piedi dei nevai, è emblematico: in novant’anni il suo limite inferiore è salito di 350 metri, e la sua area di distribuzione si è dimezzato e frammentato . Una vera “sky-run” verso l’alto, destinata a concludersi nella cosiddetta trappola di vetta, o summit trap: quando arrivi in cima, non hai più dove andare.
E poi ci sono le specie che si mimetizzano: ermellino, pernice bianca, lepre variabile. La loro livrea invernale, evolutasi per scomparire nella neve, oggi diventa un bersaglio quando il paesaggio resta bruno per settimane.
Conoscere per proteggere
Di fronte a tutto questo, cosa possiamo fare?
La crisi climatica è globale, ma le nostre scelte contano. Possiamo ridurre consumi e sprechi, usare meno energia, sostenere chi mette ambiente e biodiversità al centro delle politiche. E possiamo fare qualcosa di ancora più concreto: non rendere la vita ancora più difficile alle specie alpine. Ogni nuova strada, pista da sci o area cementificata è una barriera che ostacola gli spostamenti degli animali e ruba spazio alla vita. Se vogliamo dare una chance alle Alpi, dobbiamo evitare nuova frammentazione e ricucire gli habitat in una vera rete ecologica. Non è un’utopia: Paesi come Svizzera, Francia e Paesi Bassi hanno già adottato politiche coraggiose per costruire corridoi ecologici. Le Alpi italiane potrebbero seguire la stessa strada.
Da quegli stambecchi liberati negli anni Ottanta ad oggi, Istituto Oikos continua a lavorare proprio su questo: ricerca, monitoraggio, conoscenza. Perché solo conoscendo possiamo capire come adattarci. E come aiutare gli ecosistemi a farlo.
Riferimenti:
https://www.istituto-oikos.org/wp-content/uploads/2025/05/Stambecco2020-1.pdf
https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/eventi-meteo-estremi-in-aumento-da-inizio-anno-oltre-100-sulle-alpi/
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/brv.12727
https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1890/06-0875
https://link.springer.com/article/10.1007/s00442-008-1198-4
https://doi.org/10.3354/cr01477
https://link.springer.com/article/10.1007/s12210-022-01112-6
