Tale madre tale figlia: riprodursi da sole, il lato sorprendente della natura

La natura, si sa, è molto più complessa e originale di quanto ci si possa aspettare. La partenogenesi (dal greco antico parthénos, "vergine" e génesis, "nascita", “nascita verginale”) è tra gli esempi più chiari. Un fenomeno per cui le femmine non hanno bisogno di un partner per riprodursi: le loro cellule uovo si sviluppano senza fecondazione.
È diffusa sia tra gli invertebrati, specialmente insetti, sia tra i vertebrati, in particolare tra i pesci e i rettili. Nel corso dell’evoluzione la partenogenesi si è notevolmente diversificata, partendo da una riproduzione molto semplice: la riproduzione clonale, in cui la progenie è geneticamente identica alla madre e di conseguenza la popolazione è costituita da sole femmine.

Ma perché la natura ha preso questa strada?

Se la partenogenesi si è diffusa come strategia riproduttiva ha evidentemente dei vantaggi. In primis, un risparmio di tempo ed energie: cercare un partner, corteggiarlo e accoppiarsi è molto faticoso. Questa strategia permette inoltre di aumentare velocemente la dimensione della popolazione. E se le popolazioni diventano indipendenti dalla presenza di maschi, allora sono sempre in grado di riprodursi e di conseguenza di sopravvivere e diffondersi.
Ma ci sono anche degli svantaggi. La partenogenesi comporta l’assenza di variabilità genetica, garantita invece dalla fecondazione. E così tutti gli individui sono uguali tra loro, e quindi esposti allo stesso modo alle variazioni dell’ambiente esterno. Ed è anche più probabile che compaiano mutazioni svantaggiose del DNA. Una risposta adattativa a questo problema in molte specie, come alcuni squali, è stata la comparsa di una sorta di rimescolamento del genoma materno durante la formazione delle cellule uovo, così da evitare che gli individui siano tutti identici.

A ognuno la sua

In natura si distinguono partenogenesi obbligata, facoltativa e accidentale a seconda della frequenza con cui le specie sfruttano questa modalità.
Esistono circa un migliaio di specie in grado di riprodursi solo per partenogenesi (partenogenesi obbligata). In questi casi, i maschi semplicemente non esistono. Nel genere Aspidoscelis, per esempio, ci sono una trentina di specie di lucertola unisessuali. Lo stesso vale per Lepidodactylus lugubris, un piccolo geco tropicale che grazie a questa strategia riproduttiva è riuscito in poco tempo a colonizzare nuovi territori.
Nel Golfo del Messico, invece, vive un pesce che si riproduce in un modo molto particolare, la Poecilia formosa o Molly amazzone. In questa specie, lo sviluppo dell’embrione inizia solo dopo il contatto con lo sperma di altre specie, anche di generi diversi. In questi casi si parla di ginogenesi.
Ci sono poi specie che alternano la partenogenesi, quindi facoltativa, alla riproduzione sessuale, come nel caso delle api. In ogni sciame c’è una sola ape regina che è l’unica in grado di deporre le uova e di conseguenza è lei a “decidere” se fecondarle o meno. Durante il suo primo e unico volo, la regina raccoglie il seme maschile con cui feconderà le uova negli anni successivi: se le uova vengono fecondate nascono delle femmine, se non vengono fecondate nascono dei maschi.
Ma l’incredibile complessità della natura ha fatto ancora di meglio: alcune specie, che si riproducono sessualmente, in alcune condizioni si possono invece riprodurre per partenogenesi. È un tipo di partenogenesi “accidentale”, riscontrabile in circa 15.000 specie, ed è presente in tutti i gruppi di vertebrati tranne i mammiferi. È l’esempio dei draghi di Komodo (Varanus komodoensis): le femmine sono in grado di riprodursi per partenogenesi in caso di scarsità o totale assenza di maschi. E così anche per numerose specie di squalo in cattività: in vasche di sole femmine di squalo martello (Sphyrna tiburo), palombo (Mustelus mustelus) e squalo zebra (Stegostoma tigrinum) sono comparsi dei piccoli.

Nel 2015 è stato scoperto il primo caso di partenogenesi accidentale nei vertebrati. Durante il monitoraggio di una piccola popolazione di pesci sega (Pristis pectinata) in Florida, specie gravemente minacciata di estinzione, sono stati individuati sette esemplari femmina con un’identica firma genetica, indizio del loro sviluppo per partenogenesi. Questo primo caso documentato in natura suggerisce che la partenogenesi nei vertebrati potrebbe essere meno rara di quanto si pensasse.

Strategia di sopravvivenza e segnale di allarme

Da un punto di vista evolutivo, essere in grado di fare partenogenesi in caso di necessità è un grande vantaggio ed è probabile che questa capacità sia stata mantenuta dalle specie come strategia di emergenza: se ci sono pochi maschi si riesce comunque a garantire la sopravvivenza della specie, in attesa che le condizioni tornino favorevoli per la riproduzione sessuata. Ad oggi, non è certo cosa spinga le femmine a riprodursi per partenogenesi, ma sicuramente la scarsità o assenza di maschi e il calo della popolazione sono due fattori fondamentali.
Al di là dell’interesse scientifico, la partenogenesi in una popolazione naturale a rischio di estinzione, come il caso dei pesci sega della Florida, è un campanello d’allarme per la sua conservazione. Si corre infatti il rischio di un circolo vizioso: una popolazione minacciata di estinzione comincia a riprodursi per partenogenesi per sopravvivere, riduce così la sua variabilità genetica e si espone ancora di più al rischio di estinzione. Non solo: se le condizioni della popolazione non dovessero migliorare nel tempo, si potrebbero verificare più cicli di partenogenesi, il che potrebbe aggravarne rapidamente lo stato di conservazione.

Alla luce di questo quadro, proteggere queste specie e i loro habitat non è solo una scelta di conservazione: è l’unico modo per evitare che una strategia evolutiva che oggi le salva diventi domani la causa della loro scomparsa.

Riferimenti

Cerepaka C. et Sclupp I. 2023. Sperm specificity and potential paternal effects in gynogenesis in the Amazon Molly (Poecilia formosa). PeerJ, 11
Esposito G. et al. 2024. First report of recurrent parthenogenesis as an adaptive reproductive strategy in the endangered common smooth-hound shark Mustelus mustelus. Scientific reports, 14
Tsui-Wen Li, Jhan-Wei Lin, Si-Min Lin. 2023. Intensive and efficient egg-laying tempo of the parthenogenesis mourning gecko Lepidodactylus lugubris. Herpetological Journal, 33
https://www.nationalgeographic.it/come-funziona-la-partenogenesi-ossia-la-riproduzione-virginale-di-alcuni-animali
https://education.nationalgeographic.org/resource/how-asexual-lizard-procreates-alone/
https://blog.3bee.com/le-riproduzioni-piu-incredibili/#next-3
https://www.lescienze.it/news/2015/06/03/news/partenogenesi_vertebrati_pesce_sega_in_natura-2634656/

 

Foto: CC-BY-SA-4.0 via WikiCommons

 

Il ritorno della lontra: una sfida alpina lungo il Ticino

Sinuosa, silenziosa, sfuggente. La lontra europea (Lutra lutra) è tornata a farsi vedere – o meglio, a lasciare tracce – lungo le arterie d’acqua che attraversano le Alpi. Un ritorno che ha il sapore di una rivincita: dopo decenni di assenza, causata da inquinamento, caccia e distruzione degli habitat, questo mustelide acquatico sta riconquistando i suoi territori, da un corso d’acqua all’altro, spontaneamente.
Ma aspettare non basta. Il fiume Ticino, che nasce tra le vette svizzere per gettarsi nel Po, è oggi al centro di una sfida scientifica e ambientale: capire se può davvero accogliere la lontra, e come farlo senza sacrificare la complessità del paesaggio e delle attività umane.

È qui che entra in gioco il progetto di Istituto Oikos Interreg ECO4TICINO, parte dell’Iniziativa Ticino, un programma transfrontaliero Italia-Svizzera che punta a tutelare il paesaggio fluviale e favorire il ritorno spontaneo della lontra. Non con recinti o reintroduzioni, ma con monitoraggi rigorosi, modelli ecologici e una visione condivisa tra territori e con i portatori di interesse.

Un fiume sotto la lente

Nei prossimi mesi, un team di esperti guidato dall’Università degli Studi di Milano – La Statale e sotto il coordinamento di Istituto Oikos, scandaglierà il tratto italiano del Ticino a sud del Lago Maggiore. Lo farà con un piano di campionamento della fauna ittica che non prevede solo l’identificazione delle specie presenti, ma anche la misurazione di peso e dimensioni dei pesci, per stimare la biomassa disponibile: il “menù” che il fiume offre alla lontra. Parallelamente, analizzeremo la qualità delle acque, la presenza di anfibi (fonte trofica secondaria), la connettività con le altre popolazioni e i principali fattori di rischio: inquinamento, infrastrutture idroelettriche, cambiamenti climatici, mortalità stradale. Iniziative analoghe verranno promosse nel tratto svizzero dalla Fondazione Pro Lutra, nel 2026. Tutto per rispondere a una domanda cruciale: il Ticino è pronto?

Padrona di due mondi

La lontra non è solo un indicatore biologico. È un simbolo. Un animale che vive dove l’acqua è pulita, dove il paesaggio è integro, dove la convivenza tra uomo e natura è possibile. E il suo ritorno sulle Alpi – dall’Austria alla Svizzera, dalla Valtellina al Friuli – racconta una storia di resilienza e di speranza.
Ma vederla in natura è tutt’altro che facile. È un animale schivo, notturno, che lascia più mistero che certezze. Per chi vuole conoscerla da vicino, c’è un luogo speciale: il Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud nel Parco Nazionale Gran Paradiso. Qui, tra vasche e percorsi didattici, si può osservare la lontra mentre si avvita sott’acqua come un delfino in miniatura, usando la coda come timone. Uno spettacolo che incanta adulti e bambini, e che ricorda perché vale la pena lottare per ogni ritorno.

 

Foto: Alessio Minici

Reintroduzioni: ma a che servono?

Perché gli scienziati si ostinano a giocare a Noè, spostando animali da una parte all’altra?

C’era davvero bisogno di riportare gli orsi sulle Alpi o i gipeti nei cieli?
In effetti, sì. Le reintroduzioni non sono un capriccio da zoologi con manie di protagonismo, ma piuttosto qualcosa di simile alle operazioni a cuore aperto per un chirurgo: si fanno solo quando non c’è alternativa.
Una reintroduzione viene messa in atto quando una specie è scomparsa da un’area e la si “riporta a casa” per creare una popolazione autosufficiente. Viceversa, se una specie c’è, ma sta crollando, si parla di ripopolamento. In entrambi i casi si tratta di traslocazioni a scopo di conservazione: delicate, complesse e, sì, anche costose. Sono un modo per restituire all’ecosistema un pezzo mancante.

Il ritorno di una specie scomparsa nella sua area di presenza storica riporta equilibrio, biodiversità, funzionalità.
È il caso del grifone e del gipeto: avvoltoi maestosi, fondamentali anche perché si nutrono di carcasse, potenziali fonti d’infezione. Erano scomparsi dall’Italia per molti fattori, tra cui le esche avvelenate ma, grazie all’intervento dell’uomo, oggi sorvolano nuovamente le nostre montagne. Idem per l’orso e per la lince, reintrodotti sulle Alpi dopo che erano pressoché totalmente scomparsi, ma anche per lo stambecco e il cervo sardo, l’ibis eremita, la testuggine palustre, l’ululone dal ventre giallo e lo storione, per limitarci ai vertebrati. Reintroduzioni volute e programmate dalle pubbliche amministrazioni, che hanno seguito processi autorizzativi trasparenti e sono state supportate da studi per verificarne i presupposti biologici e tecnici.

Salvare una specie non è solo evitarne l’estinzione: è prendersi cura dell’intero ecosistema a cui appartiene. E quindi, a ben vedere, anche di noi stessi.

COP30 sta per cominciare. Ma dove eravamo rimasti? E cosa aspettarci?

Alla COP29 (Convenzione delle nazioni Unite sui cambiamenti climatici) di Baku il mondo aveva fatto un passo avanti per la lotta alla crisi climatica. Ma non abbastanza.
Perché sì, è stato fissato un nuovo obiettivo di finanza climatica (almeno 300 miliardi l’anno entro il 2035 per sostenere i Paesi più vulnerabili), e si è parlato molto di adattamento e resilienza, ma poco di una chiara, concreta riduzione delle emissioni per abbandonare i combustibili fossili.
Insomma: qualche progresso c’è stato sì, ma il gap tra impegni formali e azioni è ancora enorme.
E ora COP30 è alle porte, e può essere un momento decisivo per passare dall’impegno all’azione. Il tema centrale sarà l’adattamento: e già questa è di per sé una sfida, perché ad oggi non abbiamo ancora indicatori e strumenti per misurarlo. COP30 dovrà quindi definire dei metodi condivisi per arrivare a una visione collettiva di cosa significa davvero adattarsi alla crisi climatica.

Le sfide sono parecchie. Perché?

1. Molti Paesi non sono ancora allineati al percorso per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. E le decisioni prese finora restano spesso poco tradotte in azioni concrete e su larga scala.
2. I Paesi del sud del mondo chiedono più risorse, ma l’erogazione e l’accesso restano un collo di bottiglia.
3. I piccoli Stati insulari e le popolazioni indigene sono i meno responsabili, ma i più colpiti: è essenziale evitare che vengano lasciati indietro.
4. Abbandonare i combustibili fossili è politicamente ed economicamente complesso, soprattutto per i Paesi dipendenti da questi settori.

Una cosa è certa: deve aumentare l’ambizione dei Paesi negli impegni per ridurre le emissioni, nel garantire finanziamenti accessibili, nell’aumentare gli investimenti per la transizione energetica. E sarà anche cruciale assicurare che la giustizia climatica diventi parte integrante delle politiche climatiche, coinvolgendo comunità locali e popolazioni indigene.

Perché senza azioni concrete, 1,5°C rimane solo un numero.
COP30 può essere il momento della svolta. Ma servirà il contributo di tutti: governi, imprese e cittadini.

Troppa montagna? Quando il turismo supera il limite

Ma dietro le immagini da cartolina dell’estate appena passata, resta una domanda che ogni anno diventa più urgente: quanto turismo può sopportare la montagna?

Negli ultimi anni il termine overtourism — o “sovraturismo” — è entrato nel linguaggio comune. C'è chi lo considera un problema serio e chi sostiene che nemmeno esista, ma una cosa è certa: il fenomeno cresce e oggi riguarda anche luoghi che un tempo sembravano al riparo dalle folle.

Le immagini parlano da sole: code alla funivia del Seceda, affollamenti al Lago di Braies, comitive lungo i sentieri del Vajolet o alle Tre Cime di Lavaredo. In Italia il fenomeno è più evidente nelle Dolomiti, ma nel mondo si discute di overtourism persino ai piedi del Monte Fuji e sull’Everest.

 

Un equilibrio fragile

Il turismo è una risorsa fondamentale per i territori di montagna, ma quando supera la capacità di accoglienza può trasformarsi in un problema complesso: non solo logistico, ma sociale e ambientale.

L’aumento dei flussi modifica la vita quotidiana dei residenti, peggiora la qualità dell’esperienza per chi visita e lascia segni profondi sull’ambiente. L’impatto ecologico, spesso invisibile, cresce in modo esponenziale con il numero delle persone. Cento visitatori non sono come mille: cambia tutto, dai rifiuti alle emissioni, dal consumo d’acqua all’inquinamento acustico.

In una grande città, mille persone in più passano quasi inosservate. In un piccolo paese di montagna, possono cambiare le condizioni di un’intera valle. La montagna è un ecosistema fragile, dove convivono specie e habitat unici. È un luogo dominato dalla natura, dove l’uomo è ospite e non padrone. Un turismo eccessivo o mal gestito rischia di alterare in modo irreversibile questi equilibri.

Il peso di ogni gesto

Ogni nostra scelta ha un impatto, anche quando non ce ne accorgiamo.
Raggiungere una destinazione in auto significa più emissioni e più rumore. Il passaggio continuo di escursionisti consuma i sentieri, e quando diventano impraticabili, se ne aprono di nuovi, erodendo suolo e vegetazione.

Abbandonare i percorsi tracciati per “esplorare” prati e boschi danneggia gli habitat e disturba la fauna. Non vedere animali non vuol dire che non ci siano: spesso si sono allontanati per sfuggire alla nostra presenza.

Arriva il momento del pranzo e decidiamo di andare in rifugio. La nostra presenza comporterà un maggiore consumo di risorse e produzione di rifiuti, che dovranno rispettivamente arrivare e lasciare i rifugi, in molti casi trasportati da jeep o elicotteri. E se decidiamo di fare un pic-nic spetta a noi evitare che i nostri rifiuti rimangano dispersi nell’ambiente: ma troppo spesso questo non accade.

C’è poi il rumore: voci, musica, grida. Per noi è spensieratezza, per molti animali è un segnale di pericolo. Alcuni fuggono, altri si abituano troppo all’uomo, come le marmotte della Val di Fassa che si avvicinano ai turisti in cerca di cibo. Ma non dobbiamo dimenticarlo: non sono animali domestici, e non hanno bisogno di noi per sopravvivere.

Gestire i flussi, non chiudere le porte

Per limitare questi impatti, alcune destinazioni stanno regolamentando gli accessi. È il caso del Lago di Braies, dove dal 2020 l’ingresso è contingentato. Una misura necessaria dopo giornate con oltre 15.000 visitatori, a fronte di appena 680 abitanti.

Dopo la pandemia, la montagna è diventata una meta sempre più amata. Ma le scelte dei turisti si concentrano spesso sugli stessi luoghi, creando zone sovraffollate accanto ad altre quasi dimenticate.

Ognuno ha il diritto di scoprire la bellezza della montagna. Ma ha anche la responsabilità di farlo in modo consapevole.

Verso una nuova cultura del turismo

Proteggere la montagna non significa chiuderla, ma imparare a rispettarne i limiti.
Essere turisti consapevoli vuol dire comprendere che la nostra presenza, anche breve, modifica gli equilibri di un ambiente spesso fragile, ma molto prezioso.

La montagna non ha bisogno di gesti simbolici, ma di comportamenti coerenti: scegliere periodi e luoghi meno battuti, muoversi in modo sostenibile, restare sui sentieri, ridurre l’impatto del nostro passaggio.

Solo così potrà continuare a essere quello che cerchiamo quando ci mettiamo su un sentiero: uno spazio autentico, dove la natura non è sfondo, ma protagonista.

 

Riferimenti

Overtourism. Ovvero quando il turismo supera i limiti – Eurac Research – Ottobre 2018

Lorenz, Zachary and Criscione-Naylor, Noel (2025) "Investigating Overtourism Approaches in National Wildlife Refuges: The Case of New Jersey," ICHRIE Research Reports: Vol. 10: Iss. 1, Article 3

Il Dolomiti (2023) - Montagna, di Luca Pianesi

Bolton, Karl (2020) How ‘over-tourism’ has impacted the host destinations environment, culture and economy and developing a model, with global applications, to manage these challenges. In: CHME 2021, 13-14 May 2021, Sheffield

Piano Braies 2020 – Provincia Autonoma di Bolzano-Alto Adige

Tre anni da “guardiane dei pascoli”

Nel cuore della savana tanzaniana, i pascoli non sono semplici distese d’erba: sono il fondamento della vita pastorale. Eppure stanno affrontando un’emergenza. La diffusione incontrollata di specie invasive e l’espansione delle aree di terreno nudo minacciano l’equilibrio ecologico e la sicurezza alimentare delle popolazioni pastorali. Di fronte a questa sfida, negli ultimi tre anni si è fatta strada una risposta concreta e potente: quella delle donne. Nei distretti di Monduli e Longido, 454 “guardiane dei pascoli”, insieme a Oikos, stanno trasformando il destino di queste terre: 178 ettari degradati sono oggi pascoli nuovamente fertili.

Scienza e saperi tradizionali in dialogo

Questo risultato è frutto di un lavoro quotidiano che intreccia conoscenza tradizionale e strumenti scientifici. Le donne estirpano le specie infestanti, lavorano il terreno per migliorarne la permeabilità, usano talee per costruire recinzioni viventi e realizzano trappole capaci di trattenere i semi che cadono dalle piante, così da favorirne la germinazione e aumentarne la dispersione. È un processo collettivo: le donne collaborano con le autorità locali per proteggere le aree restaurate fino alla completa rigenerazione.

La prova sul campo

Perché questo sia possibile, la scienza svolge un ruolo cruciale. Per valutare l’efficacia degli interventi, ogni anno il team di Conservazione di Istituto Oikos dedica due settimane, una in inverno e una in estate, al monitoraggio di queste aree. Per avere una panoramica chiara e completa, i dati vengono raccolti sia nei siti in ripristino sia in aree di controllo esterne: questo consente di individuare le tecniche di ripristino più efficaci e, soprattutto, di dimostrare con evidenze concrete che la conservazione funziona.

Che cosa abbiamo imparato?

È questo lo spirito di “Partnering for a prosperous, biodiverse and resilient Tarangire Ecosystem Landscape”, il progetto finanziato dal programma Darwin Extra e attivo da tre anni nella regione di Arusha. L’esperienza che abbiamo maturato conferma che non esiste una formula universale per il ripristino: ogni territorio richiede soluzioni su misura, calibrate sulla sua geografia, ecologia e livello di degrado.

Oggi guardiamo al futuro di queste terre con speranza. Oltre la metà dei siti è tornata a vivere, con erba rigogliosa, meno specie invasive e suoli più permeabili. Alcuni gruppi di donne hanno già raccolto foraggio da utilizzare o vendere, altri hanno affittato temporaneamente i terreni per un pascolo controllato: una pratica che prevede lo spostamento del bestiame tra diversi appezzamenti per periodi molto brevi - da poche ore a qualche giorno - seguiti da lunghi tempi di riposo. C’è anche chi ha scelto di attendere la prossima stagione delle piogge per favorire una rigenerazione completa della terra.

È un percorso lungo e impegnativo, ma capace di generare trasformazioni profonde. E dimostra che quando conoscenze scientifiche  e impegno condiviso si incontrano, il futuro degli ecosistemi può davvero cambiare.

 

 

Dalle spiagge del sud Italia alle coste della Liguria: perché la tartaruga comune si sta spostando sempre più a nord?

L’estate 2025 in Italia è stata un’ulteriore stagione di successo per la tartaruga Caretta caretta. Le nostre spiagge continuano a vedere crescere il numero di deposizioni, ma la notizia più sorprendente arriva dalla Liguria con il nuovo record di nidi: ben undici, più del doppio rispetto ai cinque dell’anno scorso.
Caretta caretta, o tartaruga comune, è la specie di tartaruga marina più diffusa a livello globale ed è una delle tre specie presenti nel Mediterraneo insieme alla tartaruga liuto (Dermochelys coriacea) e alla tartaruga verde (Chelonia mydas), ma è l’unica nidificante in Italia.
Negli ultimi anni la sua presenza sulle nostre spiagge non solo è aumentata, ma si è spinta in regioni impensabili fino a pochi anni fa, come Liguria, Toscana ed Emilia-Romagna.
Cerchiamo di capire perché.

Diamo qualche numero

Fino a solo dieci anni fa, gi avvistamenti dei nidi di Caretta caretta erano piuttosto rari. Si contavano appena 30-40 nidi a stagione, ma oggi i numeri raccontano un cambiamento sorprendente: 454 nidi censiti nel 2023, 601 nel 2024 e, a metà del 2025, già oltre 220.

Non è solo una questione di quantità. La specie sta infatti ampliando il proprio areale: dalle tradizionali spiagge di Puglia, Calabria e Sicilia si sta spostando sempre più a nord: in Toscana (36 nidi solo quest’anno) fino persino alla Liguria, dove dal primo nido registrato nel 2021 si è arrivati a 11 nel 2025.

Un successo della conservazione, ma con nuove domande

L’aumento riflette l’efficacia delle misure di conservazione: più piccoli hanno raggiunto l’età adulta, e così è aumentato il numero di femmine nidificanti nel Mediterraneo. Ma se le femmine di tartaruga tendono a deporre le uova nella spiaggia dove sono nate, perché arrivano sempre più a nord, in zone lontane dai loro siti di nascita?

Clima che cambia, areali che si spostano

La risposta va cercata nel cambiamento climatico. Essendo rettili ectotermi, la loro temperatura corporea dipende dalla temperatura esterna: Caretta caretta, migratrice instancabile, sta ampliando la propria distribuzione dal Mediterraneo orientale (Grecia, Turchia, Libia) a quello occidentale, alla ricerca di temperature adatte alla sua sopravvivenza. Il Mediterraneo nord occidentale sta diventando un habitat sempre più favorevole. Un fenomeno che racconta due verità: da un lato il successo della conservazione, dall’altro l’impatto tangibile del riscaldamento globale sugli equilibri delle specie marine.

Nuove sfide per la conservazione

L’espansione di Caretta caretta lungo le nostre coste apre scenari complessi per la sua tutela. Un aspetto cruciale è la temperatura della sabbia, che non solo determina lo sviluppo degli embrioni, ma anche il sesso dei piccoli: con l’aumento delle temperature, nasceranno sempre più femmine (sotto i 28-29°C nascono maschi, sopra i 29-30°C nascono femmine), sbilanciando l’equilibrio tra i sessi e mettendo a rischio la stabilità della popolazione.
C’è poi un interrogativo aperto: se le tartarughe hanno già raggiunto la Liguria, cosa accadrà quando le acque si scalderanno ancora? Non ci sono spiagge più a nord dove spostarsi.
Infine, c’è la convivenza con l’uomo: l’Italia è ormai un’area chiave di deposizione, ma anche una delle mete turistiche più frequentate del Mediterraneo. Sempre più spesso i nidi vengono trovati accanto a lettini e ombrelloni: segno evidente che la gestione delle spiagge sarà un punto decisivo per il futuro della specie e degli ecosistemi marini.

Un simbolo da (continuare a) proteggere

Fino a pochi decenni fa, Caretta caretta era vicina all’estinzione nel Mediterraneo. Oggi è una specie protetta da tutte le principali convenzioni internazionali, tra cui la Direttiva Habitat, la Convenzione di Berna, firmate anche dall’Italia. Le minacce restano numerose: la distruzione dei nidi, l’ingestione di rifiuti, la cattura accidentale durante la pesca (bycatch), che ancora oggi rappresenta la principale causa di morte dovuta all'uomo. Progetti di conservazione come TartaLife e Turtlenest hanno contribuito a invertire la rotta, e oggi la popolazione mediterranea conta circa 10.000 femmine nidificanti. La IUCN oggi classifica la specie come Least Concern, ossia a rischio minimo di estinzione.

La tartaruga comune è ormai una presenza fissa sulle nostre spiagge: se, da una parte, vederla è uno spettacolo indimenticabile, prendersene cura è un’enorme responsabilità. Anche se, come abbiamo visto, la sua condizione è migliorata nel corso del tempo, c’è ancora molto da fare. Proteggerla significa proteggere anche le nostre coste, il nostro mare, la nostra casa comune. Fronteggiando le sfide sempre più urgenti del cambiamento climatico.

Riferimenti
Il mondo delle tartarughe marine, tra un mare che cambia e interventi di conservazione – Legambiente e Stazione Zoologica Anton Dohrn
Tartapedia 
Acquario di Genova
TartaLife
IUCN Italia
ARPA Toscana

Credi che i giovani non abbiano abbastanza voce nelle politiche climatiche? Allora cambia le cose!

Se hai tra i 16 e i 25 anni, puoi entrare nello Youth Advisory Team: una squadra di 10 giovani volontari che organizzeranno la prima Assemblea dei Giovani sul Clima del Comune di Milano.

Cos’è l’Assemblea dei Giovani sul Clima?

Un percorso promosso dal Comune di Milano e Istituto Oikos per ascoltare le proposte delle nuove generazioni sul futuro della città. Un’occasione per confrontarsi con esperti, altri giovani e decisori, e proporre idee concrete per un futuro più sostenibile.

Cosa farai come Youth Advisor?

Non farai parte dell’Assemblea come partecipante, ma avrai un ruolo chiave nel renderla possibile!
- Collaborerai alla progettazione, gestione e facilitazione degli incontri dell’assemblea
- Contribuirai a documentare l’iniziativa e promuoverla con strumenti digitali.
- Sarai una figura di riferimento per tutti i partecipanti, supportandoli lungo tutto il percorso

Tutte le attività previste per i membri dello Youth Advisory Team sono su base volontaria.

Quali sono i requisiti?

- Età compresa tra i 16 e i 25 anni al momento della candidatura.
- Interesse per le tematiche ambientali, la giustizia climatica, la partecipazione civica o l’educazione alla sostenibilità.
- Residenza nel Comune di Milano o frequenza abituale della città per studio o lavoro.
- Disponibilità a partecipare agli incontri in modo continuativo. Si parte a ottobre 2025 e si prosegue per circa 6 mesi, con un paio di incontri al mese.

Diventare Youth Advisor significa:

- Collaborare con esperti e istituzioni per sviluppare competenze concrete,
- Arricchire il tuo curriculum con un’esperienza di leadership giovanile
- Ricevere un attestato ufficiale di partecipazione riconosciuto dal Comune di Milano.

Cosa devi fare per candidarti?

1. Consulta l’Avviso Pubblico con le modalità di partecipazione
2. Scarica il documento “ALL. A - Modulo domanda di partecipazione” (disponibile in formato word e in formato pdf).
3. Compilalo in tutte le sue parti e firmarlo in originale.
4. Invia la domanda via e-mail all’indirizzo milanocambiaaria@comune.milano.it, indicando come oggetto: “Partecipazione all’Avviso Pubblico Youth Advisory Team”.

Affrettati: la scadenza per l’invio della domanda è alle ore 10:00 del 22 settembre 2025!

Questa opportunità si inserisce all’interno di Power Up!, progetto europeo che promuove la partecipazione dei giovani nelle politiche climatiche. Per saperne di più clicca qui.

Istituto Oikos al fianco del popolo palestinese

Come organizzazione impegnata da sempre nella difesa della dignità umana, della giustizia e dei diritti umani, Oikos condanna con fermezza la gravissima crisi umanitaria e le condizioni disumane cui è sottoposta la popolazione di Gaza, a causa dell’assedio israeliano.

Esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo palestinese e ci uniamo alle voci che chiedono un intervento immediato e concreto da parte della comunità internazionale. Chiediamo al Governo italiano e all'Unione Europea di intervenire con urgenza e senza ulteriori rinvii per:
Garantire un cessate il fuoco immediato e duraturo, che ponga fine agli attacchi e alla perdita di vite innocenti.
Assicurare il pieno rispetto del diritto internazionale umanitario: la popolazione e le infrastrutture essenziali devono essere protette subito, senza ulteriori ritardi.
Aprire corridoi umanitari sicuri ed efficaci, che consentano l'accesso immediato e senza ostacoli agli aiuti indispensabili come cibo, acqua, medicine e assistenza sanitaria.

L'attuale situazione a Gaza non è solo una crisi regionale: è una sfida ai principi stessi di umanità e giustizia su cui si fonda il diritto internazionale. Oikos continuerà a sostenere con determinazione il diritto di ogni persona a vivere in pace, con dignità, libertà e sicurezza, e invita le istituzioni nazionali e internazionali a tradurre questi principi in atti concreti per la pace e la giustizia.

 

Di plastica, funghi e insetti: storie di appetiti fuori dal comune

C’è chi, da anni, cerca una soluzione nei laboratori di tutto il mondo. E la natura stessa sta fornendo spunti sorprendenti. Dal sottobosco alle discariche, dai laboratori alle onde del Pacifico, alcuni organismi hanno dimostrato di poter mangiare la plastica. Non è una metafora: la degradano davvero, trasformandola in composti più semplici grazie a enzimi specializzati.

I veterani della biodegradazione

La scoperta più celebre risale al 2011, quando un gruppo di studenti dell’Università di Yale, guidati dal Professor Scott Strobel, ha trovato in Amazzonia il fungo Pestalotiopsis microspora. Questo organismo riesce a metabolizzare il poliuretano come fonte di carbonio, quindi come cibo. Lo studio, apparso sulla rivista scientifica Applied and Environmental Microbiology, ha mostrato la capacità di due ceppi di Pestalotiopsis microspora di crescere su un substrato di poliuretano come unica fonte di carbonio sia in condizioni aerobiche (in presenza di ossigeno) e anaerobiche (in assenza di ossigeno) (Russell JR, 2011).
Pochi anni dopo, un altro fungo, Aspergillus tubingensis, è diventato famoso dopo essere stato trovato in una discarica pakistana. Nei test condotti presso l’Accademia Cinese delle Scienze, il micelio – ovvero la parte vegetativa che si sviluppa nel terreno – di questo fungo ha degradato un foglio di materiale plastico in poliuretano, riducendolo in poltiglia in soli due mesi (Sehroon Khan, 2017)
Più recentemente, l’attenzione si è spostata in Australia. Qui, alcuni ricercatori dell’Università di Sydney hanno identificato due specie di funghi, Aspergillus terreus e Parengyodontium album, in grado di degradare completamente il polipropilene in 140 giorni. Questi esperimenti prevedevano un pretrattamento fisico-chimico per indebolire il materiale, ma dimostrano comunque una capacità di degradazione che prima si riteneva impossibile.
E in acqua? Nel 2024, Parengyodontium album è stato individuato anche nell’Oceano Pacifico, dove ha aggredito rifiuti plastici in mare aperto, nell’area del Pacific Garbage Patch, il più grande accumulo di plastica galleggiante al mondo. Questo fungo agisce grazie all’azione combinata dei raggi UV ed è in grado di rompere i legami molecolari dei polimeri (A. Vaksmaa, 2024).

Non solo funghi: batteri e insetti “spazzini”
Anche gli insetti contribuiscono alla demolizione della plastica. Nel 2017, la biologa italiana Federica Bertocchini scoprì per caso che le larve della tarma della cera (Galleria mellonella) riescono a bucare e digerire il polietilene, la plastica comunemente usata per sacchetti e imballaggi. Bertocchini, appassionata di apicoltura, aveva buttato delle tarme della cera che infestavano i suoi alveari in un sacchetto di plastica, per trovarlo completamente divorato poco tempo dopo! Le larve di questi insetti, infatti, secernono enzimi capaci di degradare i polimeri in pochi giorni (Bombelli P., 2017)
Un altro esempio arriva dal verme della farina minore (la larva del coleottero Alphitobius diaperinus), che grazie ai batteri intestinali riesce a digerire il polistirene, materiale notoriamente resistente. Ricerche pubblicate su Science of the Total Environment hanno confermato che queste larve possono trasformare fino al 50% del polistirene ingerito in CO2 e biomassa (Yu Yang, 2020).
Tra i batteri più studiati spicca Ideonella sakaiensis, scoperto nel 2016 in un impianto di riciclaggio in Giappone. Questo microrganismo produce un enzima chiamato PETasi che rompe i legami del PET (polietilene tereftalato), una plastica usata per bottiglie e tessuti sintetici ( (Shosuke Yoshida, 2016).

La soluzione definitiva?
Per quanto promettenti, queste scoperte non bastano ancora a risolvere il problema globale dell’inquinamento da plastica. La degradazione biologica richiede tempi lunghi, spesso pretrattamenti chimici o termici. Sebbene sia una soluzione studiata da tempo, non è ancora emersa una strategia definitiva. Ma ogni nuova scoperta scientifica apre nuovi interrogativi, che porteranno a nuove scoperte e ancora a nuove ricerche: come funzionano e come si sono evoluti questi enzimi? Quali condizioni ambientali ne ottimizzano l’efficacia? È possibile usarli su scala industriale in modo sicuro ed economico?
E, anche se non esiste un solo microrganismo in grado di liberare gli oceani e i suoli da tonnellate di rifiuti, ogni scoperta amplia le nostre possibilità. E ci ricorda di guardare alla complessità della natura e alla continua ricerca di un equilibrio che a cui si tende, senza arrivarci, in un dinamismo continuo, che fa trovare sempre nuovi adattamenti.
Guardare al mondo vivente con curiosità e rispetto può fornire strumenti preziosi. E può spingerci a ripensare i nostri consumi, a cosa e come produciamo e a promuovere sistemi di raccolta e riciclo più efficienti, investendo nella ricerca e nell’innovazione di nuovi materiali.

Riferimenti
A. Vaksmaa, H. V. (2024). Biodegradation of polyethylene by the marine fungus Parengyodontium album. Science of The Total Environment, 934. doi:https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2024.172819
Bombelli P., H. C. (2017). Polyethylene bio-degradation by caterpillars of the wax moth Galleria mellonella. Current Biology, 27(8), Polyethylene bio-degradation by caterpillars of the wax moth Galleria mellonella. doi:https://doi.org/10.1016/j.cub.2017.02.060
Russell JR, H. J. (2011). Biodegradation of polyester polyurethane by endophytic fungi. Appl. Environ. Microbiol., 7(17), 6076 – 6084. doi:10.1128/AEM.00521-11
Sehroon Khan, S. N. (2017). Biodegradation of polyester polyurethane by Aspergillus tubingensis. Environmental Pollution, 225, 469-480. doi:https://doi.org/10.1016/j.envpol.2017.03.012
Shosuke Yoshida, K. H. (2016). A bacterium that degrades and assimilates poly(ethylene terephthalate). Science, 351(6278), 1196-1199. doi:DOI: 10.1126/science.aad6359
Yu Yang, J. W. (2020). Biodegradation and mineralization of polystyrene by plastic-eating superworms Zophobas atratus. Science of The Total Environment,, 708. doi:https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2019.135233