Oikos apre un nuovo programma ambientale in Thailandia

In seguito alla crisi sociale e umanitaria in corso in Myanmar, il nostro staff espatriato ha trasferito il coordinamento degli interventi in Thailandia, trasformando questa sfida in un'opportunità per fare la differenza in un nuovo contesto. Mentre continuiamo a offrire sostegno alla popolazione birmana, abbiamo avuto l'opportunità di studiare le dinamiche locali e stringere alleanze con attori del territorio. Questo ha portato alla nascita di un nuovo programma ambientale in Thailandia.

Interveniamo sugli ecosistemi costieri delle province di Krabi e Trang, importando le buone pratiche di gestione forestale comunitaria già sperimentate con successo in Myanmar. Siamo al lavoro per supportare 6 comunità che vivono nelle foreste di mangrovie. Vogliamo registrare queste aree come “foreste comunitarie” presso il Dipartimento delle Risorse Marine e Costiere, per garantirne una gestione sostenibile e rispettosa della biodiversità. In questo processo, incoraggiamo il protagonismo delle donne: finora ne abbiamo già coinvolte 104 nell’avvio di attività economiche sostenibili e innovative: apicoltura, lavorazione di tessuti naturali e coltivazione di erbe medicinali.

È l’inizio di un nuovo percorso ambizioso: la sfida è proteggere preziosi ecosistemi locali, migliorando al tempo stesso la qualità di vita delle comunità locali, e in particolare delle donne.

StrategyMedFor

Il progetto StrategyMedFor è stato presentato ufficialmente all'Annual Meeting di Medforval! Dal 5 al 7 giugno, 25 rappresentanti di parchi nazionali e riserve naturali di 9 paesi del Mediterraneo si sono trovati a Fontecchio (AQ) per condividere esperienze e buone pratiche sulla gestione dei siti forestali. Per l'occasione Istituto Oikos e CIHEAM-MAICh, partner di StategyMedFor, hanno presentato il progetto con una panoramica degli obiettivi e dei risultati ottenuti finora. 
Promuovendo la collaborazione e lo scambio di conoscenze con stakeholder chiave, come quelli riuniti al meeting di Medforval, StrategyMedFor sta creando basi solide per lo sviluppo di una strategia di gestione sostenibile delle foreste mediterranee. Questa strategia sarà costruita su misura per affrontare le esigenze specifiche dei vari tipi di foresta e terrà conto dei prevedibili scenari climatici.
 

Perché StrategyMedFor

Nonostante l'aumento della copertura forestale mediterranea negli ultimi decenni, queste aree naturali non sono in buone condizioni e richiedono un'azione urgente per aumentare la loro resilienza ai cambiamenti climatici e ripristinare la loro biodiversità. Secondo studi recenti, il bacino del Mediterraneo è la seconda regione al mondo più colpita dai cambiamenti climatici. Questo avrà un impatto sulla qualità, l'integrità, la distribuzione e la copertura delle specie forestali, che a loro volta influenzeranno i mezzi di sussistenza delle comunità locali. Il progetto StrategyMedFor mira a sviluppare una Strategia per la Gestione Sostenibile delle Foreste Mediterranee per ogni tipo di foresta, adattata ai prevedibili scenari climatici, contribuendo così al loro ripristino e conservazione. 

Nonostante l'aumento della copertura forestale mediterranea negli ultimi decenni, queste foreste non si trovano in buone condizioni e richiedono un'azione urgente per aumentarne la resilienza ai cambiamenti climatici e ristabilirne la biodiversità. Il progetto StrategyMedFor di Interreg Euro-MED mira a sviluppare una Strategia decennale per la Gestione Sostenibile delle Foreste Mediterranee, che integrerà nuove tecnologie e dati a livello mediterraneo per orientare le pratiche di gestione forestale. Questo piano innovativo verrà testato in tre siti pilota, consentendo adattamenti e miglioramenti prima di una più ampia implementazione.

X: @StrategyMedFor 
Facebook: Strategy Med For
LinkedIn: StrategyMedFor

Una coalizione internazionale lancia il progetto PRIMA Nexus RES-MAB

Un consorzio internazionale ha unito le forze per combattere le crescenti minacce della crisi climatica nel Mediterraneo. Il neonato progetto RES-MAB: Promuovere il cambiamento ∕ Abbracciare la resilienza, finanziato dalla Fondazione PRIMA, unisce Enti di ricerca, Agenzie governative e ONG della regione Mediterranea, tra cui Istituto Oikos.

Guidato dal Centro di Scienza e Tecnologia Forestale della Catalogna (CTFC), il progetto RES-MAB riunisce dieci diversi partner provenienti da Spagna (Fondazione Riserva della Biosfera di Alto Bernesga), Giordania (Royal Society for the Conservation of Nature), Francia (Parco Naturale Regionale del Mont-Ventoux e Organizzazione per la Difesa e la Gestione di AOC Ventoux), Italia (Autorità del Parco Regionale Veneto del Delta del Po e Istituto Oikos), Slovenia (Istituto Pubblico Parco delle Grotte di Škocjan), Marocco (Agenzia Nazionale per lo Sviluppo delle Oasi e delle Zone di Argan), e Libano (Associazione per la Protezione di Jabal Moussa).

 Il progetto si concentra sulle Riserve della Biosfera (RB) designate dall'UNESCO, aree riconosciute per il loro contributo nella conservazione degli ecosistemi, unitamente alla loro capacità di favorire lo sviluppo economico e umano sostenibile. L'intervento riguarda 7 Riserve della Biosfera distribuite in tutto il Mediterraneo, che saranno trasformate in veri e propri "laboratori viventi" per testare e realizzare soluzioni basate sulla natura. L'approccio utilizzato è WEFE Nexus (Water, Energy, Food, Ecosystems), una strategia interdisciplinare che riconosce l'interconnessione di quattro risorse vitali: acqua, energia, cibo ed ecosistemi. Attraverso questo approccio, il progetto contribuirà a promuovere paesaggi più resilienti, rafforzando l'adattamento ai cambiamenti climatici.

 Gli obietti sono ambiziosi. Tra i principali, lo sviluppo di uno strumento di gestione territoriale (WEFE-SEM Tool) basato su analisi modellistiche, per permettere a portatori di interesse e comunità locali di prendere decisioni informate, integrando il WEF-SEM Tool nelle politiche e nei piani di sviluppo esistenti per un impatto a lungo termine. Lo strumento sarà utilizzato anche per la co-progettazione e realizzazione di otto soluzioni basate sulla natura nei sette siti dimostrativi RB.

 Tra le altre attività chiave, la valutazione e il monitoraggio degli impatti ambientali e socio-economici delle soluzioni sviluppate; la promozione di misure di mercato sostenibili; il coinvolgimento del settore privato attraverso modelli di business innovativi.

RES-MAB capitalizza i risultati più recenti di ricerca e l'esperienza di iniziative e progetti precedenti attinenti come la Comunità di Pratica del Nexus WEFE del Mediterraneo, il Centro Internazionale delle Riserve della Biosfera del Mediterraneo (UNESCOMED), la Rete Tematica Mediterranea delle Riserve della Biosfera (Rete MedMaB) e il progetto EDUBIOMED Erasmus+.

 Questo approccio collaborativo assicura che RES-MAB si basi su una solida base conoscitiva, evitando la duplicazione di attività già svolte.

  I benefici per l'intera regione mediterranea sono consistenti: maggiore sicurezza alimentare e miglior gestione sostenibile delle risorse idriche ed energetiche; migliore conservazione della biodiversità e degli ecosistemi; miglioramento delle condizioni di vita per le comunità locali e vulnerabili; sviluppo di soluzioni innovative per l'adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici.

Il progetto RES-MAB avrà quindi un impatto significativo nella lotta contro la crisi climatica nel Mediterraneo. Il successo dipende dalla partecipazione attiva dei vari soggetti coinvolti, dai funzionari governativi alle comunità locali e agli imprenditori.

 

Per maggiori informazioni sul progetto: roser.maneja@ctfc.cat (RES-MAB IP); maricarmen.romera@ctfc.cat (Project Manager); ronza.qussous@rscn.org.jo (Communication Officer).

Come sta l'ambiente in Italia?

Qual è lo stato dell’ambiente in Italia? In quali settori possiamo dirci soddisfatti, e in quali c’è ancora tanto da fare? Risponde a queste domande il recente rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale (SNPA), elaborato da Ispra.
Un’analisi dettagliata che mette in luce i traguardi raggiunti, ma anche le sfide urgenti che siamo ancora chiamati ad affrontare. Vediamo i punti più importanti.
Cresce l'energia pulita

L'uso delle rinnovabili è quasi triplicato dal 2004 al 2020: siamo al 20,4%, un valore superiore all'obiettivo nazionale del 17%. Le politiche di incentivo e l'innovazione nel settore stanno quindi dimostrando la loro efficacia.
Successi nella gestione dei rifiuti

La raccolta differenziata è pari al 65% nel 2022. Vetro, organico, carta e cartone sono le frazioni più singificative.

 

Meno rifiuti in discarica

Dal 63,1% al 17,8% nel periodo 2002-2022: le strategie nazionali verso un'economia circolare stanno funzionando, e ci portano sulla strada giusta per raggiungere l'obiettivo europeo del 10% entro il 2035.
Qualità dell'aria: una sfida in corso

Scendono i livelli di particolato PM2.5 nell'aria, ma ci sono ancora sfide significative nell'affrontare gli inquinanti atmosdferici. La necessità di di politiche mirate per combattere NOx, PM e ozono è prioritaria per la salute pubblica e per l'ambiente.

 

E le emissioni?

L'Italia ha ridotto le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, ma i passi verso strategie di decarbonizzazione sono ancora timidi. La transizione energetica è un processo essenziale per allinearsi agli obiettivi europei più stringenti del 2030.

 

Consumo di suolo a ritmi allarmanti

Dal 2006 al 2022 abbiamo consumato più di 120 mila ettari di suolo. Nell'ultimo anno oltre 21 ettari al giorno, ovvero 2,4 metri quadrati al secondo: la pianificazione e la gestione sostenibile del territorio è l'unica soluzione per proteggere la biodiversità e ridurre i rischi idrogeologici.

 

E quindi, dove siamo?

I dati ci dicono che il nostro paese è in linea con gli obiettivi europei di sviluppo sostenibile per produzione di energia e raccolta differenziata, ma siamo ancora indietro in settori chiave come il consumo di suolo, la riduzione di gas serra e il trattamento di rifiuti speciali. Servono politiche ancora pi coraggiose e azioni concrete per costruire un futuro più verde e più equo, nell'intresse di tutti.

Siccità e deforestazione: un binomio fatale per l'Amazzonia pluviale nell'era del cambiamento climatico

Se pensiamo che il termine “pluviale” deriva dal lat. pluvialis, “pioggia” non possiamo che stupirci nello scoprire che una foresta definita tale stia subendo uno dei peggiori periodi di siccità degli ultimi 120 anni. Le foreste pluviali sono infatti caratterizzate da un’elevata piovosità (precipitazioni annue oltre i 1 500 millimetri), ma dalla metà del 2023 la foresta pluviale amazzonica è in uno stato di eccezionale siccità: le scarse precipitazioni e le temperature costantemente elevate sono state una costante di tutto il 2023.
Il gruppo di ricerca della World Weather Attribution è giunto alla conclusione che la causa principale dell’eccezionale siccità nel bacino del Rio delle Amazzoni sia il cambiamento climatico, e non il verificarsi di El Niño, noto per essere associato alla siccità. Il gruppo si occupa infatti della “scienza dell’attribuzione”, un metodo che consente di attestare scientificamente se un dato evento climatico estremo rientra nella normalità oppure è da attribuire alla crisi climatica.
 

Gli effetti disastrosi della siccità sull’ambiente e sulla vita delle persone
Le conseguenze di tale calo idrico si riflettono in molteplici aspetti cruciali della vita nella regione, da quelli ambientali a quelli sociali. L'impatto sulla biodiversità è enorme. La riduzione dei livelli dei fiumi minaccia gli habitat naturali e la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali. Inoltre, il grande sistema fluviale alimenta porzioni significative dell’energia dei paesi colpiti: per esempio, il Brasile che fa affidamento sull’energia idroelettrica per l’80% della sua elettricità e la Colombia con il 79%, (USAids, 2018). La siccità sta influenzando in modo significativo anche la capacità delle dighe e quindi la produzione di energia, portando a interruzioni di corrente nella regione già nel giugno 2023. Sono colpiti anche i trasporti fluviali, con conseguenti fenomeni di isolamento delle comunità che vedono compromessa la loro capacità di comunicare e interagire con l'esterno.
Questo squilibrio ecologico rischia di alterare irreversibilmente gli ecosistemi fluviali amazzonici, con conseguenze a lungo termine ancora da valutare.
 

Più tagliamo la foresta più aumenta la siccità
Ma se tra siccità e perdita di vegetazione forestale ci fosse una relazione diretta che aumenta il possibile raggiungimento della soglia critica? Se lo sono chiesti gli autori di un recente studio pubblicato su Science Advance nel 2023 (Nils Bochow, 2023), che ha indagato le dinamiche che ci sono tra atmosfera e vegetazione. Gli autori hanno studiato come il sistema atmosfera-vegetazione amazzonico sia influenzato dalla perdita di porzioni di foresta dovuta a deforestazione, aumento della siccità e dalla frequenza degli incendi. Secondo i modelli degli scienziati, la perdita o il deperimento di ampie parti di foresta pluviale ha possibili impatti sulla circolazione dei monsoni con dirette conseguenze sui regimi pluviometrici. Raggiungere il punto critico di questa “accoppiata vegetazione-atmosfera” significa arrivare a condizioni più secche in cui probabilmente non potrebbe essere mantenuto stabile l’ecosistema di foresta pluviale. In pratica: più tagliamo la foresta più aumenta la siccità.
 

Un tipping point per l’Amazzonia
Negli ultimi 20 anni sono stati trasformati, principalmente in terreni agricoli e allevamenti, almeno 50 milioni di ettari di Amazzonia, un territorio più vasto dell’intera Spagna. Secondo un report dell'Amazon Network of Georeferenced Socio-Environmental Information (Praeli, 2022), oggi il 20% della foresta si è già modificato irreversibilmente e il 6% è altamente degradato. Dei nove paesi su cui si estende la foresta, le situazioni peggiori sono in Bolivia, dove le precipitazioni sono diminuite del 17% e la temperatura è aumentata di oltre 1°C, e Brasile con il 90% del danno. Il restante 10 % è diviso tra Perù, Colombia, Ecuador e Venezuela. 
La foresta amazzonica brasiliana, che ospita il 40% delle foreste tropicali del mondo, ha superato il punto critico, con una trasformazione del 25% e un elevato degrado del 9%. Ciò significa che il 34% dell’Amazzonia brasiliana è praticamente andato perduto. 

Le cause della deforestazione
Il cuore verde del nostro pianeta è sotto assedio, sono i dati a dircelo. Secondo il report, ben il 66% del nostro polmone verde è sottoposto a pressioni costanti, con l’84% della deforestazione attribuibile all’avanzare dei confini delle zone agricole che si espandono dietro al fronte degli incendi. Anche l'allevamento del bestiame, un'industria molto fiorente in Brasile, ha il suo ruolo nell'oscurare il cielo amazzonico, contribuendo a deforestazione e al 2% delle emissioni globali di CO2. Ma non finisce qui: l'estrazione mineraria, dilagante in tutti e nove i paesi della regione, tocca il 17% dell'area, mentre il petrolio si insinua, occupando il 9,4% del bioma.
L'Amazzonia è un tesoro che sta svanendo, minacciato dalle nostre attività. I dati sono chiari: se non agiamo ora, rischiamo di perdere per sempre uno degli ecosistemi più importanti del nostro pianeta. Questo significa che le foreste amazzoniche come le conosciamo potrebbero non esistere più e saranno sostituite da altri tipi di ecosistemi che non forniranno gli stessi servizi ecosistemici di cui disponiamo adesso.

Lungo la Panamericana per documentare la crisi ecologica
Tra i naturalisti e divulgatori italiani c’è però anche chi non si accontenta di leggere dati su report e decide di vedere, guardare con i propri occhi. È quello che ha fatto Valeria Barbi, naturalista, politologa e giornalista che da luglio 2022 sta percorrendo la Panamericana, conosciuta per essere la strada più lunga al mondo, con l’obiettivo di documentare la crisi ecologica e la perdita di biodiversità in 14 paesi, dall'Alaska all'Argentina. Giorno dopo giorno Barbi sta vivendo, o meglio, costruendo una storia: la nostra. Quella di uomini e donne che cercano di ricostruire il loro rapporto con il mondo naturale, e del mondo naturale che lotta per la sua sopravvivenza.
Il suo progetto “WANE-We Are Nature Expedition” (Barbi Valeria, Agati Davide documentarista e fotografo ufficiale, s.d.) è un reportage alla scoperta di specie animali e vegetali che rischiano di scomparire, un mondo naturale che si vede rubare un pezzo della sua identità giorno dopo giorno. Le abbiamo chiesto di raccontarci una piccola parte del suo viaggio e di quello che ha visto in Amazzonia:
"Nei mesi scorsi ho avuto l'opportunità di attraversare la regione amazzonica della Bolivia e dell'Ecuador per documentare alcuni degli impatti delle attività umane sulla biodiversità. Dal fitto della foresta si ergevano fasci di fumo, a dimostrazione che la pratica del “taglia e brucia” con cui si deforesta illegalmente per far spazio all'allevamento di bestiame, è ancora tristemente diffusa. Seppur parte dei metodi di coltivazione delle popolazioni indigene locali, questa tecnica è ormai sfruttata anche dai grandi proprietari terrieri, noncuranti della crisi climatica e della siccità che sta devastando la foresta e riducendo a dei rigagnoli i grandi corsi d'acqua che solcano la foresta pluviale più grande del Pianeta. E le conseguenze sono devastanti: a causa del fumo, il cielo è grigio per molti mesi l'anno e l'aria irrespirabile; le fasce più fragili delle popolazioni locali non possono più muoversi in barca, spesso unico mezzo di trasporto, per andare a prendere l'acqua potabile, o raggiungere le strutture scolastiche e ospedaliere; gli animali selvatici sono costretti a spostarsi per trovare l'acqua e spesso sono vittime di incendi incontrollabili a causa del vento forte, delle temperature roventi e della siccità". 

Un’altra minaccia per l'Amazzonia e il pianeta: i crimini contro le popolazioni indigene
L'aumento degli omicidi dei leader indigeni nella regione amazzonica costituisce una tendenza inquietante: riflettono non solo una crisi per le comunità indigene, ma anche una minaccia per tutti noi. Secondo il rapporto del Coordinamento delle organizzazioni indigene dell'Amazzonia brasiliana (COIAB) (Praeli, 2022), la deforestazione è strettamente correlata a questi attacchi mortali: un grave pericolo per gli ecosistemi e la sicurezza dei popoli indigeni.
Eppure, le foreste meglio conservate si trovano proprio nei territori indigeni. Questo conferma l'importanza delle conoscenze e della gestione tradizionale dei popoli indigeni per la conservazione dell'Amazzonia. Il rapporto propone una serie di soluzioni urgenti, tra cui il riconoscimento e la protezione dei territori indigeni, l'adozione di politiche forestali e la creazione di riserve indigene. È fondamentale coinvolgere questi popoli nel processo decisionale per affrontare la crisi climatica e fermare la deforestazione. Per raggiungere tali obiettivi, si suggerisce di cancellare il debito estero dei paesi amazzonici e coinvolgere il settore finanziario nel rispetto dei diritti indigeni e nella lotta contro la deforestazione. La partecipazione dei governi, degli alleati e di tutte le parti interessate è essenziale per proteggere gli ecosistemi e difendere i territori indigeni.

“Dobbiamo invertire questi effetti e ripristinare l’Amazzonia adesso, perché entro il 2030 potrebbe essere troppo tardi”, afferma Marlena Quintanilla, direttrice della ricerca presso l’organizzazione Friends of Nature (con l’acronimo spagnolo FAN) e ricercatrice principale del rapporto.
 

Riferimenti
Barbi Valeria, Agati Davide documentarista e fotografo ufficiale. (s.d.). https://www.wearenatureexpedition.org/project. Tratto il giorno febbraio 19, 2024 da wearenatureexpedition: https://www.wearenatureexpedition.org/
Nils Bochow, N. B. (2023). The South American monsoon approaches a critical transition in response to deforestation. Sci. Adv., 9(40).
Praeli, Y. S. (2022, ottobre 3). The Amazon will reach tipping point if current trend of deforestation continues. Tratto da news.mongabay: https://news.mongabay.com/2022/10/the-amazon-will-reach-tipping-point-if-current-trend-of-deforestation-continues/

 

La natura ci fa funzionare bene: i benefici fisici ed emotivi della vita all'aperto

Sappiamo che la perdita e il degrado di biodiversità sono causati principalmente dalle attività umane, eppure è proprio da noi che può iniziare l’inversione di rotta. Anche nell'esperienza diretta con la natura possiamo trovare uno strumento di protezione della biodiversità. Hai mai pensato cosa spinga le persone a essere più sensibili alle questioni ambientali e a comportarsi in modo sostenibile?
Le emozioni! Rafforzare il nostro legame emozionale con la natura ci aiuta a proteggerla e conservarla.
Ad esempio, chi da bambino trascorre molto tempo all’aperto sviluppa una maggiore conoscenza, valore e attaccamento emotivo verso la natura. Inoltre, le persone che hanno una forte connessione con l’ambiente sono più propensi ad adottare comportamenti eco-sostenibili (Erica Molinario, 2020) (Yolanda van Heezik, 2021).

Ci sono moltissimi studi di università e istituti di ricerca che indagano i benefici che possiamo ottenere stando a contatto con la natura. Abbiamo raccolto i più significativi: sei dimostrazioni di quanto un ambiente sano sia essenziale per farci funzionare bene.
1.    Basta un’ora in una foresta, e i livelli di stress e ansia si riducono sensibilmente
Dopo anche solo un’ora trascorsa in mezzo in un bosco, si riduce lo stress a livello cerebrale. Lo dimostra uno studio realizzato recentemente dai ricercatori del Max Planck Institute for Human Development di Berlino e pubblicata su Molecular Psychiatry di Nature (Sudimac, 2022). I benefici sulla salute del contatto con la natura sono ben noti, ma questa ricerca ha fornito prove empiriche attraverso scansioni cerebrali. Lo studio, coordinato dalla neuroscienziata Sonja Sudimac, ha esaminato l'attività cerebrale legata allo stress in 63 volontari sani, divisi in due gruppi: uno ha passeggiato nella foresta di Grunewald, mentre l'altro in una via affollata di Berlino. Tutti hanno svolto risonanze magnetiche funzionali (fMRI) prima e dopo le passeggiate, e completato questionari e test di stress sociale. I risultati hanno mostrato una significativa riduzione dell'attività dell'amigdala nei camminatori nella foresta, con benefici sulla pressione sanguigna, concentrazione, memoria e sintomi di ansia e depressione.
Questo è il primo studio a dimostrare il nesso causale tra natura e salute del cervello. La ricerca suggerisce che la riduzione dell'attività dell'amigdala nella natura possa essere legata alla nostra evoluzione in ambienti naturali.
2.    Maggior concentrazione e più produttività
Un altro studio, condotto dall'Università di Tampere in Finlandia (Turunen AW, 2023), associa il miglioramento delle funzioni celebrali legato al trascorrere del tempo immersi nella natura, a un aumento della concentrazione e della produttività. L'ossigeno è infatti fondamentale per il cervello e, camminando all'aperto e respirando aria fresca, si avverte un miglioramento delle funzioni cerebrali e un aumento dei livelli di energia.
3.    Un po’ come una suonoterapia: il canto degli uccelli ha un effetto straordinario sul nostro stato d'animo e sulla nostra percezione
Ascoltare il canto degli uccelli può lenire l'ansia, mentre l'esposizione al rumore del traffico sembra correlata a un aumento della depressione. Mentre né il canto degli uccelli né il rumore del traffico sembrano influenzare le abilità cognitive. Queste sono le conclusioni di uno studio pubblicato su Scientific Reports (Stobbe, 2022). I ricercatori hanno esaminato l'impatto del rumore del traffico e del canto degli uccelli sul benessere mentale, conducendo un questionario su 295 partecipanti sottoposti, per sei minuti, al rumore del traffico o il canto degli uccelli. Questo studio è inoltre il primo a rilevare un effetto del canto degli uccelli sulla paranoia, oltre al già noto impatto positivo sull'umore. Secondo gli studiosi, il canto degli uccelli potrebbe agire come segnale di un ambiente naturale sano, aiutando a spostare l'attenzione da fattori stressanti che altrimenti potrebbero essere percepiti come minacce.

 

4.    La qualità dell'aria come alleata di un'attività fisica più efficace
Praticare sport all'aperto migliora l'ossigenazione dei muscoli, aumentandone la forza e le prestazioni: è merito della maggiore concentrazione di ossigeno nell’aria, rispetto agli spazi in cui si pratica attività indoor. Inoltre, l'esposizione alla luce solare aumenta la produzione di vitamina D, essenziale per l'assorbimento corretto di calcio e fosforo nel corpo: si rafforza così il sistema osseo e le articolazioni.

5.    120 minuti per migliorare l’umore: il superpotere della natura
Abbiamo visto come trascorrere del tempo all’aperto possa migliorare il nostro benessere mentale, ma uno studio condotto dall'Università di Exeter nel Regno Unito (White, 2019) ha stabilito un dato interessante: bastano 120 minuti alla settimana per ottenere tali benefici in modo significativo. Questa quantità di tempo è associata a una diminuzione della pressione sanguigna, a una riduzione dell'attività nervosa e a un rafforzamento del sistema immunitario. Una vera terapia naturale per migliorare la nostra salute psicofisica!
6.    Più luce naturale di giorno, sonni migliori la notte 
Secondo uno studio condotto dalla Northwestern Medicine e dall'Università dell'Illinois (Northwestern Medicine and University of Illinois, 2014), trascorrere più tempo alla luce naturale può migliorare significativamente la qualità del sonno. I lavoratori che hanno la fortuna di avere postazioni di lavoro vicino alle finestre ricevono il 176% in più di luce solare rispetto ai loro colleghi confinati in ambienti chiusi. Questo surplus di luce naturale si traduce in un aumento medio di 46 preziosi minuti di sonno durante la notte.
In un mondo sempre più dominato da ritmi frenetici e stimoli digitali, ritrovare un equilibrio attraverso l'esperienza nella natura diventa fondamentale per il nostro benessere.
Mentre godiamo dei benefici della natura, dovremmo anche riconsiderare il nostro ruolo attivo nella conservazione di questi preziosi spazi. Dovremmo chiederci: come possiamo restituire in termini di rispetto, consapevolezza e azione concreta ciò che la natura offre? Ogni passeggiata nei boschi può così diventare un promemoria del nostro legame intrinseco con l'ambiente circostante, e una spinta in più alla nostra responsabilità di preservarlo. Per noi e per le generazioni future.

Riferimenti
Erica Molinario, C. L. (2020). From childhood nature experiences to adult pro-environmental behaviors: An explanatory model of sustainable food consumption. Environmental Education Research, 26(8), 1137-1163. doi:10.1080/13504622.2020.1784851
Northwestern Medicine and University of Illinois. (2014, agosto 8). Natural Light In The Office Boosts Health. Tratto da news.northwestern.edu: https://news.northwestern.edu/stories/2014/08/natural-light-in-the-office-boosts-health/
Stobbe, E. S. (2022). Birdsongs alleviate anxiety and paranoia in healthy participants. Sci Rep, 12, 16414. doi:https://doi.org/10.1038/s41598-022-20841-0
Sudimac, S. S. (2022). How nature nurtures: Amygdala activity decreases as the result of a one-hour walk in nature. Mol Psychiatry, 27, 4446–4452. doi:https://doi.org/10.1038/s41380-022-01720-6
Turunen AW, H. J. (2023). Cross-sectional associations of different types of nature exposure with psychotropic, antihypertensive and asthma medication. Occupational and Environmental Medicine, 80, 111-118.
White, M. A. (2019). Spending at least 120 minutes a week in nature is associated with good health and wellbeing. Sci Rep, 7730. doi:https://doi.org/10.1038/s41598-019-44097-3
Yolanda van Heezik, C. F. (2021). Relationships between childhood experience of nature and green/blue space use, landscape preferences, connection with nature and pro-environmental behavior. Landscape and Urban Planning, 213, 104135. doi:https://doi.org/10.1016/j.landurbplan.2021.104135.

Natura e farmaci: l'inestimabile ricchezza della biodiversità

La biodiversità è il motore della vita sulla Terra, la nostra assicurazione per la nostra sopravvivenza. Sapevi che è anche la fucina di tante scoperte scientifiche, come lo sviluppo di farmaci? Perdere la biodiversità significherebbe sbarrare la strada a innumerevoli promettenti terapie del futuro.
Sono tantissimi i benefici che la natura porta all’uomo, veri e propri “servizi” per il nostro benessere quello delle generaizoni future, che vengono definiti appunto “servizi ecosistemici”. Si tratta dei molteplici benefici forniti dagli ecosistemi al genere umano (MEA - Millennium Ecosystem Assessment, 2005) in quattro categorie principali: i servizi di regolazione, come la prevenzione del dissesto idrogeologico; i servizi di supporto, tra cui la fotosintesi; i servizi culturali, legati ai valori ricreativi ed educativi degli elementi naturali; e infine i servizi di approvvigionamento (cibo, materie prime, acqua dolce,): è proprio a questa categoria che appartengono i principi attivi per la formulazione di molte medicine.

Troviamo tesori farmacologici nascosti tra le foglie, le cortecce e i fiori di molte piante. Abbiamo raccolto i più interessanti, in un piccolo viaggio alla scoperta di alcuni dei più importanti servizi che la natura ci offre.
Il salice e l’acido acetilsalicilico
Il salice è una pianta appartenente alla famiglia delle Salicaceae, rappresentata da diverse specie come il Salix alba, Salix purpurea e Salix fragilis. La parte della pianta utilizzata per scopi curativi è la corteccia, che possiede diverse proprietà terapeutiche. Queste proprietà sono principalmente attribuibili alla presenza di salicina (acido acetilsalicilico), un composto chimico con effetti antinfiammatori, antireumatici e analgesici. La salicina è stata la base per la sintesi dell'aspirina, per trattare il dolore e l'infiammazione. Ma la corteccia del salice contiene altre sostanze benefiche: i glicosidi fenolici, gli acidi aromatici, i flavonoidi e i tannini. Queste sostanze rendono il salice utile in vari prodotti terapeutici e integratori impiegati per alleviare infiammazioni, dolore, nevralgie e febbre, ad esempio in casi di dolori articolari, osteoartrite, mal di schiena e condizioni reumatiche. Inoltre, l'acido salicilico agisce anche come antiaggregante piastrinico, che migliora la fluidità del sangue. Preparati con acido salicilico vengono poi utilizzati per trattare localmente condizioni alterate della pelle.
L’oppio e la morfina
La morfina è una sostanza alcaloide estratta naturalmente dall'oppio, che si ottiene essiccando il liquido lattiginoso che fuoriesce dalla capsula immatura del Papaver somniferum dopo averla incisa. Conosciuto da millenni, l'oppio fu utilizzato già nell'antico Egitto e nella civiltà sumera. Il termine "oppio" ha un'origine greca: deriva dalla parola "opos" che significa appunto "succo". Appartiene alla categoria degli analgesici oppioidi ed è impiegato in ambito medico per trattare il dolore cronico di intensità medio-elevata. Una dose di soli 10mg (0,01 grammi) di morfina può ridurre la percezione del dolore di almeno l'80%.
I componenti attivi del papavero sono principalmente utilizzati nell'ambito farmaceutico, ma in alcuni casi sono presenti anche in prodotti in vendita libera nelle erboristerie, come ad esempio la codeina, che è un antitussivo e ha anche proprietà rilassanti sui bronchi. A dosi specifiche, può agire come antiasmatico. Un altro principio attivo del papavero è la papaverina, nota come spasmolitico.
L’artemisia contro la malaria
La lotta contro la malaria, una delle malattie più letali del mondo, ha trovato un alleato potente nell'artemisinina, un composto derivato dall'Artemisia. Questo principio attivo ha rivoluzionato il trattamento della malaria causata da Plasmodium falciparum, un protozoo parassita unicellulare, trasmesso dalla femmina della zanzara del genere Anopheles. È la specie più pericolosa, con il tasso più elevato di complicanze e di mortalità.
Sembra che l'artemisinina agisca inducendo danni alla membrana cellulare dei parassiti responsabili della malaria, tramite la generazione di radicali liberi, compromettendone quindi la sopravvivenza.
Questa molecola è efficace contro tutte le specie di Plasmodio, rendendolo un'opzione vitale nei casi di resistenza alla clorochina o a farmaci multipli.
L'artemisinina ha una notevole versatilità terapeutica, che non si limita alla malaria: si è dimostrata efficace anche nella terapia della toxoplasmosi, della leishmaniosi e in infezioni da certe specie di Babesia (un altro protozoo).
L'artesunato, un altro derivato dell'artemisia, è fondamentale nel trattamento delle forme gravi di malaria. La sua potenza e rapidità d'azione lo rendono essenziale quando la vita del paziente è in pericolo.
La belladonna da veleno a farmaco
La belladonna, con la sua tossicità, richiede un approccio cauto e informato. Tuttavia, i principi attivi estratti da questa pianta, gli alcaloidi tropanici, rivestono un ruolo vitale nel campo medico, se utilizzati in forme farmaceutiche titolate e standardizzate.
Gli alcaloidi presenti nella belladonna agiscono come anticolinergici: bloccano l’azione del neurotrasmettitore acetilcolina, provocando il rilassamento dei muscoli. L'atropina, uno di questi composti, è conosciuta per le sue proprietà broncodilatatrici e per la riduzione della secrezione tracheo-bronchiale. Inoltre rientra anche nella composizione di colliri che vengono impiegati in esami oculistici, poiché è in grado di indurre la dilatazione della pupilla e di bloccare il muscolo ciliare impedendo così la messa a fuoco, favorendo la corretta esecuzione degli esami oculari.
Dai frutti e dalle foglie della Duboisia, un'altra specie appartenente alla stessa famiglia della Belladonna (le solanacee), si ricava il Metilbromuro di joscinal le cui proprietà spasmolitiche limitano gli spasmi e le contrazioni della muscolatura liscia. È il principio attivo di diversi farmaci impiegati contro gli spasmi del tratto gastrointestinale come Buscopan®, Antispasmina colica® Buscopan compositum®.
Questi sono solo alcuni dei tanti esempi di farmaci derivati da principi attivi vegetali. Dietro ogni farmaco c'è un intenso lavoro di ricerca e sviluppo: i ricercatori studiano e isolano con cura i composti attivi presenti nelle piante, trasformando così la natura in preziose risorse terapeutiche.
La conservazione degli ecosistemi è cruciale per garantire la disponibilità continua di queste importanti risorse: un atto di responsabilità verso le future generazioni e una promessa di continuità per le scoperte farmacologiche e scientifiche.
Nel vasto patrimonio di piante ed erbe giace il potenziale per innumerevoli farmaci futuri. Rispettare e preservare questa ricchezza è una missione di tutti, poiché ogni pianta, ogni fiore, può contenere la chiave per migliorare la nostra vita.

** Prima di utilizzare qualsiasi farmaco è fondamentale consultare un professionista della salute, essenziale per garantire un utilizzo corretto e sicuro, massimizzando i benefici e minimizzando i rischi.
Riferimenti
MEA - Millennium Ecosystem Assessment. (2005). Ecosystems and Their Services. Tratto da www.millenniumassessment.org: https://www.millenniumassessment.org/documents/document.300.aspx.pdf

 

Sotto il manto bianco: il rapido declino della neve

In un pianeta che si scalda, la neve, una volta abbondante, sta rapidamente diminuendo. Il recente studio “Prove dell’influenza umana sulla perdita di neve nell’emisfero settentrionale”, pubblicato sulla rivista Nature, mette in luce una realtà preoccupante. Dal 1980, l'emisfero settentrionale ha visto un decremento costante della sua copertura nevosa: la minaccia per la disponibilità di risorse idriche vitali per centinaia di milioni di persone è seria e preoccupante.
Anche se sembra intuitivo pensare che in un mondo più caldo la presenza di neve si riduca, la realtà è più intricata. Stabilire un legame diretto tra la riduzione della neve e il cambiamento climatico è stato un compito arduo per gli scienziati, data la difficoltà nel misurare con precisione la neve. I dati provenienti da osservazioni terrestri, satellitari e modelli climatici erano spesso incoerenti, ma questo studio ha portato finalmente chiarezza. I ricercatori del Dartmouth College, autori della ricerca, hanno scoperto che dal 1980 regioni come il Sudovest, il Nordest degli USA e alcune parti dell'Europa hanno visto le più marcate diminuzioni della neve: tra il 10% e il 20% per decennio. 
Questo declino non è solo un fenomeno ambientale, ma ha conseguenze dirette sulla vita quotidiana: meno neve significa meno acqua.
Lo snow-loss cliff, ovvero il “precipizio della perdita di neve”, si manifesta quando le temperature medie invernali superano i -8°C. Oltre questa soglia, ogni piccolo aumento di temperatura accelera la perdita di neve. Lo studio ha esaminato anche i bacini fluviali: la scoperta è che in 82 dei 169 principali bacini dell'emisfero settentrionale la copertura nevosa è diminuita, con influenze dirette su fiumi come il Colorado negli USA e il Danubio in Europa.
Ma la questione non riguarda solo l'acqua. La neve gioca un ruolo fondamentale nel prevenire e mitigare gli incendi, grazie al rilascio lento e progressivo di l'acqua nel terreno.
La sua diminuzione ha conseguenze negative anche per le località turistiche invernali: le stazioni sciistiche si affidano sempre più a neve artificiale per mantenere in funzione le loro attività.

Questo studio ci svela un aspetto ineludibile: la crisi climatica sta ridisegnando i nostri paesaggi invernali e mettendo a rischio risorse fondamentali. Richiama un urgente bisogno di adattarsi e prepararsi a un futuro in cui la neve potrebbe trasformarsi da compagna dei nostri inverni a un lontano ricordo.

Dagli Appennini alle Alpi: il lungo cammino del lupo

Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in Italia gli esemplari di lupo (Canis lupus) erano relegati a pochi nuclei in zone remote dell'Appennino centro-meridionale, dall'Aspromonte al Lazio e bassa Toscana. È da queste terre selvagge che parte la ricolonizzazione della Penisola, grazie all’abbandono delle aree rurali da parte dell’uomo, alla crescita degli ungulati, alla protezione legale e all’aumentare delle aree protette, che hanno funzionato come dei veri e propri corridoi ecologici per l’espansione.
Niente elicotteri e liberazioni da parte di animalisti, quindi: a rendere possibile il ritorno del lupo nei territori originari è la grande plasticità ecologica di questa specie. 
Predatore intelligente e, come tutti i predatori, opportunista, il lupo ha una grande abilità ad adattarsi a diverse fonti di cibo, un’elevata capacità di dispersione e di sopravvivere in habitat anche sfavorevoli. 
Un insieme di fattori che, in parallelo al progressivo spopolamento delle zone rurali dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha favorito la rinaturalizzazione e con essa il ritorno degli ungulati selvatici, prede naturali del lupo. Questo susseguirsi di piccoli grandi tasselli piano piano ha ricostruito quella complessa rete di equilibri che ha riportato il lupo nei territori da cui era stato scacciato.
 

Il valore ecologico del lupo 
Il lupo, in quanto predatore al vertice della catena alimentare, svolge un ruolo cruciale nei nostri ecosistemi: influenza direttamente e indirettamente le popolazioni di ungulati (caprioli, cervi e cinghiali) e, a cascata, la diversità degli habitat. La predazione da parte dei carnivori apicali ha dunque un ruolo nel mantenimento di alti livelli di biodiversità, anche attraverso l’influenza che questi hanno sul comportamento delle prede. I predatori, infatti, influiscono non solo sul numero di prede, ma anche sul modo in cui queste si comportano e interagiscono con il loro ambiente. Le prede sviluppano precise risposte comportamentali e fisiologiche alla minaccia rappresentata dai predatori: percepiscono la loro presenza, anche solo attraverso segnali visivi, olfattivi o uditivi e modificano il loro comportamento per ridurre il rischio di predazione. Questo concetto è stato definito come “paesaggio della paura (landscape of fear)”, usato per la prima volta in ecologia in un articolo del 2004 “Wolves and the Ecology of Fear: Can Predation Risk Structure Ecosystems?” (William J. Ripple, 2004), che lo definisce “ecologia della paura". Questo studio suggerisce che il rischio di predazione può avere effetti profondi sulla struttura degli ecosistemi e rappresenta un importante costituente della biodiversità.

Coesistenza uomo – lupo: un equilibrio delicato influenzato da una paura atavica
A causa delle vaste dimensioni dei territori di cui il lupo necessita per vivere, la sua conservazione non può avvenire solo all'interno di aree protette. La sua espansione naturale lo ha dunque portato a insediarsi in zone abitate, sfruttate o anche solo frequentate dall’uomo, dando luogo ad alcune situazioni conflittuali. I conflitti sono diversi e includono la predazione del bestiame e la competizione per gli ungulati selvatici. Ma anche la paura di essere attaccati e feriti sta tornando sempre più frequentemente tra le ragioni di chi vede il lupo come un pericolo da cui difendersi. Sebbene il pericolo che i lupi rappresentano per la sicurezza umana rimanga estremamente basso, molte persone che vivono nelle aree di presenza dei lupi riferiscono di averne paura. 
La paura è un'emozione antica, collegata alle regioni profonde e centrali del cervello (l’area dell’amigdala) che sono coinvolte nella formazione della paura in vari mammiferi, dal topo alla scimmia. Le risposte fisiologiche e comportamentali sono praticamente universali e includono fuga, comportamenti di evitamento e una serie di reazioni fisiche come aumento del battito cardiaco e rilascio di adrenalina. La paura ha radici primitive, rappresenta un apprendimento predisposto evolutivamente, sviluppato nel corso dell'evoluzione per far fronte a eventuali pericoli, spesso associati a minacce antiche che noi umani conserviamo nel profondo del nostro cervello atavico, anche se oggi non vi siamo più così facilmente esposti (NINA: Norsk institutt for naturforskning, 2002) (Pavol, 2016). Ed è proprio il caso dei rischi connessi alla presenza del lupo, che sicuramente poco giustificano la paura dell’uomo nei suoi confronti. Solo alcuni lupi definiti confidenti perdono progressivamente la paura nei confronti dell’uomo e si avvicinano, spesso alla ricerca di cibo come la spazzatura, avanzi di macelleria o animali da reddito o da compagnia facilmente predabili. È nei confronti di questi lupi, che possono adottare comportamenti “anomali”, che devono essere poste le più grandi attenzioni gestionali.
Con il ritorno del lupo si riapre quindi un antico conflitto, particolarmente intenso nei territori di recente ricolonizzazione da parte della specie, dove noi uomini abbiamo perso l’abitudine a convivere con i selvatici e dove interessi economici e politici spesso portano a inasprirlo.

Quale futuro per la conservazione del lupo?
Se, da un lato, la grande adattabilità della specie ha reso possibile il suo ritorno, le sue esigenze ecologiche certamente non sono d’aiuto nel trovare compromessi per una serena coesistenza. Infatti i grandi spazi di cui il lupo ha bisogno non vanno d’accordo con la frammentazione amministrativa del territorio che complica la gestione sia tra Paesi europei che all'interno delle singole regioni. La frammentazione territoriale rende difficile una gestione unitaria e coordinata della specie. Il lupo ha bisogno di aree ampie e connesse, che superano i confini amministrativi e politici. Quando il lupo si sposta da una regione all'altra, o da uno stato all'altro, oltre ad adattarsi al nuovo territorio deve adattarsi a normative diverse, che non sempre sono omogenee e coerenti. Occorre quindi una cooperazione tra le diverse entità territoriali, che tenga conto delle esigenze ecologiche e comportamentali del lupo.

Un altro ostacolo alla conservazione del lupo è rappresentato dal bracconaggio, che ogni anno provoca una mortalità illegale del 10-15% della popolazione (WWF Italia, 2022). In molti paesi europei, il lupo è ancora percepito come una minaccia da eliminare, e non come una componente importante della biodiversità. Questa visione genera una polarizzazione dell'opinione pubblica, che si divide tra chi propone una caccia selettiva al lupo e chi invece ne chiede una tutela assoluta.

Un terzo fattore di conflitto è il rapporto tra il lupo e l'allevamento. Esistono dei sistemi di prevenzione, come l'uso di reti e di cani da guardiania, ma non sempre sono in grado di risolvere il problema e comportano in ogni caso dei costi aggiuntivi per gli allevatori. Bisogna quindi trovare delle soluzioni che siano equilibrate e sostenibili, che partano dal confronto con le categorie sociali più interessate dalla presenza del lupo e prevedano un aiuto preventivo, il risarcimento delle perdite e una ricerca applicata che individui soluzioni sempre più efficaci per costruire la convivenza.

Infine, il lupo deve affrontare anche il problema dell'ibridazione con i cani, che può compromettere la sua variabilità genetica. Questo fenomeno è già molto diffuso in Appennino con un tasso di ibridazione molto alto, mentre sulle Alpi, ad oggi, ha meno incidenza (Salvatori V., 2019). Per evitare che si diffonda, bisogna controllare la presenza dei cani randagi e intervenire con la sterilizzazione degli ibridi. 

Il lupo è una specie che suscita emozioni contrastanti, come l’orso e altri grandi predatori, un simbolo di libertà, ma anche di sfida e di pericolo. Un pericolo che può essere minimizzato dal nostro comportamento e da un rispettoso mantenimento delle distanze.
Questa specie rappresenta una ricchezza: per salvaguardarla, dobbiamo necessariamente conoscerla e comprenderla. È un patrimonio per la nostra biodiversità e per gli equilibri che custodisce e dai quali anche noi dipendiamo, una specie che ci fa riflettere sul nostro rapporto con la natura e con noi stessi.
 

Riferimenti
NINA: Norsk institutt for naturforskning. (2002). The fear of wolves: a review of wolves attack on humans. 
Pavol, P. (2016). Universal Human Fears. In Encyclopedia of Evolutionary Psychological Science (pp. 1-5).
Salvatori V., G. R. (2019). High levels of recent wolf × dog introgressive hybridization in agricultural landscapes of central Italy. Eur J Wildl Res, 65(73). doi:https://doi.org/10.1007/s10344-019-1313-3
William J. Ripple, R. L. (2004). Wolves and the Ecology of Fear: Can Predation Risk Structure Ecosystems? BioScience, 4(8), 755–766.
WWF Italia. (2022, Novembre 25). Lupo, l'UE apre al declassamento dello stato di protezione. Retrieved from www.wwf.it: https://www.wwf.it/pandanews/animali/ue-apre-a-declassamento-protezione-lupo/

 

Nella tana dell’orso

L’incontro con l'orso bruno: un evento raro da affrontare con rispetto
In Italia, così come in molte altre parti d'Europa, gli orsi devono adattarsi a un ambiente in cui l'uomo ha modificato il paesaggio, l’uso del territorio e costruito in aree prima naturali. A causa delle ampie necessità di spazio degli orsi e della limitata estensione delle aree protette, la coesistenza con le attività umane diventa quindi inevitabile. In questo contesto, è ragionevole pensare che un aumento della densità di orsi porti a più incontri con gli esseri umani: di conseguenza, diventa statisticamente maggiore il rischio di possibili attacchi, seppure restino assai rari. 
L'orso è un animale di natura pacifica e la sua aggressività è legata principalmente alla paura nei nostri confronti. Alcuni fattori influenzano più di altri la reazione degli orsi in determinate situazioni: per esempio la presenza di un cane, o se una femmina ritiene che la fuga non sia sufficiente per proteggere i suoi piccoli. In questi casi potrebbe reagire istintivamente combattendo per neutralizzare la presunta minaccia. La comprensione di questi fattori è essenziale per promuovere la convivenza tra esseri umani e orsi.
Per evitare sorprese nelle aree frequentate dagli orsi, è dunque di norma sufficiente fare rumore, specialmente prima di entrare in zone con vegetazione densa o in zone con poca visibilità. Negli Stati Uniti usano attaccare un campanellino allo zaino, ma una camminata “pesante”, facendo rumore su foglie e rami secchi, è solitamente altrettanto efficace nel far percepire la presenza umana agli orsi. Seguire una traccia è fortemente sconsigliato, poiché si rischia di sorprendere o spaventare l’animale. Inoltre, se si avvista un orso a distanza e si può abbandonare l'area senza disturbarlo, è consigliabile farlo anziché avvicinarsi. Questo consiglio vale soprattutto se si tratta di piccoli, poiché la madre potrebbe trovarsi nelle vicinanze.
 

L'orso bruno in Europa e in Italia: una storia antica e travagliata
La storia dell'orso bruno (Ursus arctos) è una storia molto antica. Per raccontarla dobbiamo tornare indietro nel tempo di almeno un milione di anni, quando il suo lignaggio ha iniziato a separarsi da quello dell’orso delle caverne (Ursus spaeleus) (Mónica Villalba de Alvarado, 2022). A raccontarcelo è il più antico (ad oggi) fossile di questa specie, rinvenuto in Cina e risalente al Pleistocene medio (770 mila anni fa). Da qui la paleontologia ci dice che si è diffuso in Alaska, nord Africa ed Europa, dove i suoi più antichi resti sono stati scoperti a Caune del'Arago (Francia) e datati a circa 550-400 mila anni fa (de Lumley, 2000) (Moigne, 2006).
La prima grande riduzione del numero di orsi bruni è iniziata all'epoca dell'Impero Romano, per poi diminuire drasticamente nel corso del XIX secolo a causa della diffusa deforestazione e dell'aumento delle persecuzioni. Da allora molte popolazioni si sono estinte, in particolare nelle regioni di pianura con alti livelli di conflitto tra l’uomo e l’orso. 
In Italia, l'orso bruno ottenne la sua prima protezione nel 1923 con la creazione del Parco nazionale d'Abruzzo, dove ne fu vietata la caccia. Ma solo nel 1939 l'orso fu effettivamente tutelato in tutta Italia, grazie al Testo unico sulla caccia promosso dal senatore Gian Giacomo Gallarati Scotti. 
Ad oggi nel nostro Paese sono presenti due popolazioni: quella delle Alpi centro-orientali e quella appenninica.
Quella dell’Appennino centrale è composta da circa 50-60 esemplari appartenenti alla sottospecie marsicana (Ursus arctos marsicanus), distribuiti principalmente nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e in altre aree protette limitrofe (D'Amico, 2023). Questa piccola popolazione è considerata in pericolo critico a causa della ridotta capacità di dispersione, della mortalità legata all’impatto antropico e della scarsa variabilità genetica. 
Sulle Alpi l’orso bruno è invece presente con due nuclei: il primo centrato sul Trentino occidentale e il secondo tra il Friuli orientale e il confine con la Slovenia. Sulle Dolomiti di Brenta, negli anni ’90 non ne rimanevano che un paio di individui: una condanna certa all’estinzione. A partire dalla seconda metà degli anni ‘90, grazie al progetto europeo “Life Ursus – tutela della popolazione di orso bruno del Brenta", promosso dal Parco naturale dell'Adamello Brenta in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento e l'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, il numero di orsi nel territorio del Parco è aumentato fino a circa un centinaio di individui attuali (Groff C., 2023). Oltre 50 orsi tra il 2005 e il 2021 si sono avventurati al di fuori della provincia di Trento (Fonte: rapporto Grandi Carnivori di vari anni), vagando tra Germania, Austria, Svizzera, Slovenia. 
 

Convivenza uomo-orso: un equilibrio da ricostruire
La condivisione degli spazi tra uomini e orsi porta sovente a conflitti, poiché questi ultimi possono causare danni alle attività umane (allevamento, apicoltura, agricoltura), e frequentare zone inadatte come centri abitati. Sebbene sia possibile minimizzare gli impatti attraverso la prevenzione e mitigare i conflitti con strategie condivise con le comunità locali, eliminare completamente sia gli impatti che i conflitti rappresenta una sfida difficile. Ne abbiamo parlato qui.

Mai come oggi la convivenza tra uomo e specie selvatiche si basa su un delicato equilibrio tra posizioni contrastanti, spesso strumentalizzate da politica e media. Ma dietro la visione “disneyana”, di chi vede nella natura selvaggia solo l’aspetto emozionale, e la visione antropocentrica di chi crede che qualunque fattore fuori dal nostro controllo sia un pericolo, esiste una complessità intrinseca fondamentale per comprendere quale sia la strada della coesistenza. Ed è nostro compito percorrerla, nell’interesse di tutti.
 

Riferimenti
D'Amico, a. c. (2023). Rapporto Orso Marsicano 2022. Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise. Tratto da www.mammiferi.org: https://www.parcoabruzzo.it/pdf/NatProtetta26.pdf
de Lumley, H. F. (2000). Cadre stratigraphique, géochronologique et paléoclimatique du Pléistocène inférieur et moyen dans le midi méditerranéen de la France d’après l’étude des formations quaternaires des sites préhistoriques: Le Vallonnet, La Caune de l’Arago, Terra Amata, Orgn. In Les premiers habitants de l’Europe (p. 31).
Groff C., A. F. (2023). Rapporto Grandi Carnivori 2022 del Servizio Faunistico della Provincia Autonoma di Trento”. Trento: Provincia Autonoma di Trenoto - Settore Grandi Carnivori.
Moigne, A.-M. P.-B.-A. (2006). Les faunes de grands mammifères de la Caune de l'Arago (Tautavel) dans le cadre biochronologique des faunes du Pléistocène moyen italien. L'Anthropologie, 110, 788–831.
Mónica Villalba de Alvarado, H. C.-O. (2022). Looking for the earliest evidence of Ursus arctos LINNAEUS, 1758 in the Iberian Peninsula: the Middle Pleistocene site of Postes cave. Boreas, 51, 159-184.