Come diventare esploratori del mondo

È questa la sfida lanciata da Come diventare un esploratore del mondo, il libro dell'illustratrice e autrice canadese Keri Smith. Un invito a rallentare, lasciarsi guidare dalla curiosità e riscoprire ciò che spesso passa inosservato.
Gli artisti e gli scienziati analizzano il mondo intorno a loro in modi sorprendentemente simili”, scrive Smith. Osservano, si fanno domande, cercano connessioni.

L'estate, con i suoi ritmi più lenti, è il momento ideale per allenare questo sguardo. Che tu sia in montagna, al mare, in un parco cittadino o semplicemente sotto casa, ecco tre semplici attività ispirate al libro per riscoprire la natura attraverso l'osservazione: piccoli esercizi di esplorazione adatti a tutti.

1. Disegna una mappa dei suoni

Scegli un luogo, fermati per qualche minuto e ascolta. Il canto di un uccello, il fruscio del vento tra gli alberi, il rumore di una bicicletta che passa: prova a rappresentare su un foglio da dove arriva ogni suono e con quale frequenza lo percepisci. Un modo diverso per accorgersi di quanto sia ricco il paesaggio sonoro che ci circonda.

2. Vai a caccia di pattern

Durante una passeggiata, cerca forme e motivi che si ripetono, in natura o negli elementi creati dall'uomo. Fotografali, disegnali o ricalcali: potresti creare una piccola collezione di pattern, diversa per ogni luogo visitato, personalizzata per ogni vacanza!

3. Impara il linguaggio degli alberi

Raccogli solo ciò che trovi già a terra – foglie, semi, rametti o frammenti di corteccia – e usalo per costruire una raccolta personale. Osserva le differenze, fotografale, disegnale o crea piccole composizioni: un modo semplice per scoprire la straordinaria varietà degli alberi che ci circondano.

Non serve partire per una spedizione lontana per diventare esploratori. A volte basta rallentare, osservare con attenzione e lasciarsi sorprendere dai dettagli. Perché la curiosità è uno dei modi più belli per avvicinarsi alla natura e imparare a proteggerla.

 

Consigli di lettura sotto l'ombrellone (e non solo)

1. “L’evoluzionista riluttante” di David Quammen

Racconta la storia personale di Charles Darwin, l’ideatore principale della teoria dell’evoluzione: alcuni dettagli sono così bizzarri che potrebbe sembrare un romanzo liberamente ispirato alla sua vita; invece è un saggio, e tutto quello che racconta è successo davvero! Ci sono anche dei passaggi molto toccanti, soprattutto quando parla della sua famiglia, ricostruiti a partire da lettere originali scritte dallo stesso Darwin

2. “Il coccodrillo ha il cuore tenero” di Willy Guasti

È uscito qualche anno fa, ma te lo consigliamo perché si legge con piacere ed è perfetto per scoprire tantissime curiosità sulle cure parentali, cioè il modo in cui alcuni animali accudiscono i loro piccoli. È un tipo di comportamento naturale che spesso tendiamo ad antropomorfizzare troppo (da cui il titolo) ma comunque incredibilmente affascinante.

3. “La scienza dell’incredibile” di Massimo Polidoro

Spiega come funziona il nostro cervello e come mai siamo biologicamente portati a credere in cose come gli avvistamenti alieni o i poteri paranormali, anche quando magari sappiamo che non hanno nessun fondamento razionale. È pieno di esempi e storie vere incredibili, appunto, raccolte da Massimo nei suoi tanti anni di studio sul campo.

Bonus!

Se hai con te bambine o bambini, questi sono tutti volumi bellissimi:

Piccolissimo anzi invisibile di Marie Neurath: un viaggio alla scoperta del mondo microscopico, per imparare che anche gli esseri più piccoli possono avere storie sorprendenti da raccontare.

Perché noi boffi siam così di Jonathan Emmet: un libro divertente per scoprire perché gli animali sono fatti proprio così, tra forme, colori e caratteristiche nate dall’evoluzione.

Fossili viventi di Roberta Ragona: un tuffo nel passato per conoscere gli animali che hanno attraversato milioni di anni di evoluzione e sono ancora oggi tra noi.

La scienza è fatta di domande, scoperte e storie sorprendenti: questi libri sono un ottimo punto di partenza per esplorare il mondo naturale, a qualsiasi età. Che tu abbia voglia di viaggiare nel tempo con Darwin, scoprire i segreti degli animali o mettere alla prova il tuo modo di vedere il mondo, c’è sempre un libro pronto ad aprire una nuova finestra sulla natura. Buona lettura!

Come la crisi climatica sta cambiando la vita sulle Alpi

Quando la cassa si apre, l’esemplare prima esita, forse abbagliato dalla luce improvvisa, poi scatta via con un rumore sordo, come di zoccoli su un pavimento di legno. È difficile credere che un caprone di quasi cento chili possa muoversi con tanta agilità, eppure è così: è uno stambecco che torna libero dopo qualche ora di cattività necessaria al trasferimento. Uno, poi un altro, un altro ancora… Sessantuno in alta Val Seriana, ventinove tra il Pizzo dei Tre Signori e il Monte Legnone: undici operazioni di rilascio, realizzate trasferendo esemplari provenienti dal Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Siamo sulle Alpi Orobie, sul finire degli anni Ottanta. È l’inizio di una storia di rinascita, una delle tante di cui lo stambecco è stato protagonista a cavallo tra XX e XXI secolo. Questa in particolare nasce da un progetto scientificamente solido e strutturato, la “Reintroduzione dello Stambecco sulle Alpi Lombarde”, coordinato dal professor Guido Tosi, esperto di conservazione della fauna e fondatore di Istituto Oikos. Nel giro di pochi decenni - anche grazie al lavoro di Oikos, che non a caso ha uno stambecco nel proprio logo – la popolazione orobica supera il migliaio di individui e l’iniziativa lombarda diventa un emblema della conservazione della biodiversità in Italia. Grazie agli sforzi di molti, lo stambecco riconquista le montagne da cui la caccia lo aveva fatto scomparire.

L’unica via è verso l’alto

Nel frattempo, però, le montagne hanno iniziato a cambiare.
Sulle Alpi il riscaldamento corre più veloce che altrove: più del doppio della media globale. Lo zero termico sale, la neve diminuisce, gli eventi estremi aumentano , i ghiacciai arretrano e il bosco avanza verso l’alto. Le Alpi svizzere ci mostrano un dato impressionante: dagli anni Settanta gli ecosistemi si sono spostati di circa 300 metri verso l’alto .
E quando la vegetazione cambia, cambia tutto il resto.
Gli stambecchi sono stati tra i primi a lanciare un segnale. Lo scioglimento precoce della neve anticipa la crescita dei pascoli, ma non le nascite dei capretti: un disallineamento che riduce la loro sopravvivenza . E quando le temperature superano i 14 °C, gli adulti smettono di foraggiare per non surriscaldarsi , accumulando meno energia proprio nei mesi cruciali.
I primi ma non gli unici.
Anche gli uccelli alpini stanno ridisegnando le loro mappe. Come mostra uno studio di Scridel et al. , la crisi climatica sta modificando la distribuzione delle specie: quelle adattate a climi freddi restringono la loro area di presenza, mentre quelle legate a condizioni più miti lo ampliano. La nicchia termica diventa così il miglior indicatore di chi perde e chi guadagna spazio.
Lo stesso accade agli insetti. Il caso di Nebria germarii, un piccolo coleottero che vive ai piedi dei nevai, è emblematico: in novant’anni il suo limite inferiore è salito di 350 metri, e la sua area di distribuzione si è dimezzato e frammentato . Una vera “sky-run” verso l’alto, destinata a concludersi nella cosiddetta trappola di vetta, o summit trap: quando arrivi in cima, non hai più dove andare.
E poi ci sono le specie che si mimetizzano: ermellino, pernice bianca, lepre variabile. La loro livrea invernale, evolutasi per scomparire nella neve, oggi diventa un bersaglio quando il paesaggio resta bruno per settimane.

Conoscere per proteggere

Di fronte a tutto questo, cosa possiamo fare?
La crisi climatica è globale, ma le nostre scelte contano. Possiamo ridurre consumi e sprechi, usare meno energia, sostenere chi mette ambiente e biodiversità al centro delle politiche. E possiamo fare qualcosa di ancora più concreto: non rendere la vita ancora più difficile alle specie alpine. Ogni nuova strada, pista da sci o area cementificata è una barriera che ostacola gli spostamenti degli animali e ruba spazio alla vita. Se vogliamo dare una chance alle Alpi, dobbiamo evitare nuova frammentazione e ricucire gli habitat in una vera rete ecologica. Non è un’utopia: Paesi come Svizzera, Francia e Paesi Bassi hanno già adottato politiche coraggiose per costruire corridoi ecologici. Le Alpi italiane potrebbero seguire la stessa strada.
Da quegli stambecchi liberati negli anni Ottanta ad oggi, Istituto Oikos continua a lavorare proprio su questo: ricerca, monitoraggio, conoscenza. Perché solo conoscendo possiamo capire come adattarci. E come aiutare gli ecosistemi a farlo.

 

Riferimenti:

https://www.istituto-oikos.org/wp-content/uploads/2025/05/Stambecco2020-1.pdf
https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/eventi-meteo-estremi-in-aumento-da-inizio-anno-oltre-100-sulle-alpi/
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/brv.12727
https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1890/06-0875
https://link.springer.com/article/10.1007/s00442-008-1198-4
https://doi.org/10.3354/cr01477
https://link.springer.com/article/10.1007/s12210-022-01112-6

30 anni, un solo filo conduttore: le Alpi

Se dovessimo scegliere un luogo da cui ripartire per raccontare questi trent'anni, probabilmente sceglieremmo una montagna.
E se dovessimo scegliere una guida, sceglieremmo lui: lo stambecco.

Era il 1996. Oikos, appena nata, affronta il primo grande progetto in montagna: la traslocazione di un gruppo di camosci dalla Val di Lei alla Val Codera, dove la specie si era estinta. Non si trattava semplicemente di spostare animali, ma di capire se e come una popolazione potesse tornare a vivere in un ambiente da cui era scomparsa. Servivano dati scientifici, monitoraggi costanti, conoscenza del territorio e della specie. Niente di standard: il sistema di cattura lo inventammo sul momento. Le operazioni hanno richiesto perseveranza e fiducia. Lassù abbiamo imparato una delle lezioni più importanti: la conservazione funziona quando è guidata da una solida conoscenza scientifica. Solo osservando nel tempo le popolazioni e gli ecosistemi si può capire cosa funziona davvero, cosa va corretto e come intervenire in modo efficace.

Ci racconta com'è andata il nostro faunista Eugenio Carlini, che questa storia ha contribuito a crearla.

Se devo dire perché sono 30 anni che stiamo tra i monti della Lombardia e del Trentino c’è solo una parola: Guido*. Lo conobbi nel 1988, quando bussai alla porta del suo studio in università, perché volevo fare la mia tesi di laurea in montagna, il mio grande amore. Mi propose uno stage in Val di Scalve per monitorare stambecchi e camosci. Conservo ancora la relazione di quel lavoro, scritta a mano, con
le cartine disegnate e colorate con i pastelli.
Nel ‘96 ho svolto il mio primo vero lavoro sulle Alpi con Oikos, appena fondata: la traslocazione dei camosci dalla Val di Lei alla Val Codera, dove la specie era scomparsa a causa della riduzione degli habitat e dell’attività umana.
In queste attività Guido dimostrava sempre molta esperienza, ma soprattutto una rara inventiva. Abbiamo infatti inventato un sistema di cattura mai usato prima: un palo con dei tiranti e un tubo a forma di anello con agganciata una rete. Lo scatto era quello di un cancello elettrico con comando a distanza. Attiravamo i camosci con il sale, di cui sono ghiotti, e poi, dall’altro versante della valle, facevamo scendere il recinto con il telecomando. Una volta che i camosci erano pronti per il trasporto, con l’elicottero li portavamo in Val Codera.
Il ricordo più vivo, quello di un’esperienza che mi ha permesso di sviluppare competenze ancora oggi indispensabili per svolgere al meglio il mio lavoro in Oikos, ha come protagonista Vida. Uno dei 10 orsi che abbiamo liberato dal maggio del 1999 in Trentino e di cui per dieci anni abbiamo studiato gli spostamenti.
Un giorno stava attraversando la Valle dell’Adige, e io come sempre ero dietro di lei. Lo ricordo come fosse ieri. Era sul filo di cresta e in soli 40 minuti è scesa a valle, fino all’autostrada. In quella notte del 30 agosto del 2001, un’auto la investì. Il guidatore chiamò i soccorsi, ma la polizia stradale non ci credeva. Poi videro un faro rotto, scesero lungo la scarpata e trovarono l’orsa sotto shock. E scattò l’allarme.
Nell’impatto si era rotto il radiocollare e io avevo perso le tracce, ma nella stazione della polizia c’era un avviso con il nostro numero da chiamare in caso di segnalazioni di orsi.
Così abbiamo ritrovato Vida. L’abbiamo trasportata, addormentata, fino a Spormaggiore.
Aveva una frattura scomposta di ulna e radio della zampa anteriore sinistra; se i veterinari l’avessero operata e ingessata, avrebbero dovuto nutrirla per 30 giorni ma a quel punto tenerla in cattività per sempre. Hanno invece deciso di tenerla anestetizzata per qualche ora, darle un antibiotico a lento rilascio per le escoriazioni e poi liberarla in Val di Tovel: lì, con un nuovo radiocollare, avremmo monitorato il suo respiro durante la notte.
Ma alle 3 del mattino scattò il sensore di mortalità. Rimasi sdraiato nell’erba con la radio accesa e il fiato sospeso. Poi, alle 4.45, nel chiarore dell’alba, il segnale riprese. Vida alzò la testa, sollevò la zampa sana e la caricò per alzarsi. Aveva dormito così profondamente che il sensore aveva registrato uno stato simile al letargo. Nei 30 giorni successivi, necessari perché l’osso si saldasse, Vida cambiò i suoi
ritmi vitali: dormiva di notte ed era attiva di giorno, per poter vedere dove mettere le zampe.
Dopo qualche tempo mi chiamò un guardaparco del Parco Adamello Brenta dicendomi che era stata vista correre. L’ho lasciata alla fine di giugno del 2002, a 600 km da dove l’avevamo liberata. Nell’ambito di questo progetto abbiamo applicato una delle grandi intuizioni di Guido, ovvero quella di creare sempre una squadra di persone affiatate. Perché se non ti fidi delle persone con cui svolgi attività
così delicate non puoi raggiungere l’obiettivo, e l’impresa scientifica fallisce. Tutti noi nel corso di questi anni abbiamo sempre cercato di fare nostra questa attitudine.

Il più grande insegnamento di vent’anni trascorsi in montagna è che nulla è impossibile: riportare stambecchi, orsi o camosci nei territori dove erano scomparsi era per molti un’utopia, ma ce l’abbiamo fatta. La natura ha una capacità rigenerativa spaventosa.

Da lì sono passati trent'anni di reintroduzioni, censimenti, studi ecologici e monitoraggi faunistici sulle Alpi. L’approccio resta lo stesso metodo: stare sul campo, il più vicino possibile, abbastanza a lungo da imparare qualcosa che nessun libro racconta ancora.

*Guido Tosi, docente universitario e co-fondatore di Istituto Oikos

Attivismo e partecipazione civica: come si fa?

Come si costruisce una partecipazione giovanile davvero efficace, inclusiva e capace di generare cambiamento?

Il 27 maggio, a Milano, arriva lo Youth Civic Participation Lab, un workshop internazionale dedicato a giovani tra i 18 e i 35 anni attivi in associazioni, gruppi giovanili o interessati ai temi della partecipazione civica.

Formazione, momenti di scambio e attività pratiche per esplorare strumenti e strategie per progettare iniziative capaci di coinvolgere e mobilitare la comunità.

Interverranno: Anna Castiglione, PhD in psicologia del clima, facilitatrice e attivista climatica, e Giovanni Chiarella, CEO e fondatore di FutureVox. Modera Giovanni Mori, ingegnere energetico, comunicatore scientifico e attivista climatico.

Clicca qui per scaricare il programma completo della giornata.

 

 

Power Up! è un progetto realizzato in collaborazione con il Comune di Milano, WWF Bulgaria e No Excuse Slovenia e finanziato dall'Unione Europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell'Unione europea. Né l'Unione europea né l'amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.

 

Una tragica notizia che ha colpito profondamente la nostra sede in Tanzania

Vogliamo condividere una tragica notizia che ha colpito profondamente la nostra sede in Tanzania. La sera di sabato 25 aprile, a Same, alcuni membri del nostro staff sono stati coinvolti in un grave incidente mentre rientravano alla guest house, al termine di una giornata di lavoro sul campo.
Purtroppo, tre giovani colleghi di Oikos East Africa — Fridolin, Haika e Tumaini — hanno perso la vita.
Altri due colleghi presenti nel veicolo, Boniface e Gloria, sono miracolosamente sopravvissuti: dopo gli accertamenti medici sono stati dimessi e stanno rientrando in queste ore ad Arusha.
Si tratta di una perdita improvvisa e dolorosissima che ci lascia sgomenti. Erano persone appassionate, impegnate e profondamente legate al nostro lavoro e alle comunità con cui collaboriamo. La loro assenza lascia un vuoto enorme, umano e professionale.
In questi giorni lo staff in Tanzania si è riunito ed è stato deciso di sospendere temporaneamente tutte le attività sul campo. La settimana sarà dedicata all’organizzazione dei funerali e al supporto alle famiglie.
In questo momento di grande tristezza, tutta la nostra organizzazione si stringe attorno alle loro famiglie, agli amici e ai colleghi della sede in Tanzania. Anche come Istituto Oikos ci stiamo attivando per dare un contributo concreto e far arrivare la nostra vicinanza alle famiglie.

La fine dell’inverno come lo conosciamo: sciare in un clima che cambia

Al centro delle discussioni su carenza di neve e cambiamento climatico c’è spesso lo sci: modalità di gestione, costi, sostenibilità del settore.
Questo sport è stato un motore di crescita economica per moltissime località, che ancora oggi vivono di turismo e hanno tutti gli interessi a salvaguardarlo. Per milioni di persone lo sci è uno strumento con cui connettersi con le montagne: non solo una passione, ma simbolo di identità. Tutto questo va sicuramente protetto e valorizzato, ma con lungimiranza: perché i dati sull’impatto ambientale dell’industria sciistica ci confermano che il settore debba essere ripensato. La neve scarseggia e sciare diventa sempre più complicato: i costi economici e l’impatto sulla natura stanno diventando troppo alti. Cosa sta accadendo? Ed esistono soluzioni per contenere i danni e limitare i costi?

La nascita di un comprensorio, e tutto quello che comporta

Trasformare versanti montani in piste da sci, con impianti di risalita e servizi annessi, comporta una perdita significativa di foreste, di suolo maturo e di conseguenza di biodiversità. Per realizzare una pista da sci, è di solito necessario disboscare e sbancare versanti, modellati per ottenere la pendenza desiderata e una superficie uniforme, priva di asperità. A queste trasformazioni si aggiunge la costruzione delle infrastrutture necessarie al funzionamento del comprensorio: impianti elettrici e idrici per i rifugi, cannoni spara neve, impianti di risalita e i bacini di riserva per l’acqua. Tutto questo comporta la distruzione e la frammentazione di habitat naturali: e così numerose specie sono costrette a modificare l’utilizzo del territorio e a cercare nuove aree di foraggiamento.
Gli effetti sulla fauna sono ben documentati: nelle zone boschive, ad esempio, gli uccelli si allontanano dai boschi vicini alle piste, mentre i micromammiferi, come ghiri e arvicole, non le attraversano nemmeno, rimanendo confinati in alcune aree del bosco. Inoltre, la rimozione di suolo maturo per creare piste da sci trasforma i terreni forestali in ambienti ecologicamente semplificati, con una struttura, una composizione e una funzionalità biologica molto povere. Le specie specializzate - organismi che prosperano solo in specifiche condizioni ambientali - sono così progressivamente sostituite da specie comuni e adattabili; il suolo diventa povero di artropodi (insetti, ragni, cavallette) e, a cascata, tutti gli animali che se ne nutrono. Questo processo finisce per ridurre la biodiversità, la resilienza ambientale e la funzionalità ecologica dei territori.
Ma purtroppo non finisce qui: a questi impatti diretti si sommano quelli indiretti delle attività sportive e ricreative che andranno a influenzare le abitudini della fauna.

Una macchina energivora

Un comprensorio sciistico è una macchina energivora che opera generalmente da dicembre ad aprile, anche se negli ultimi anni molti impianti restano aperti anche in estate per ampliare l’offerta turistica. Il funzionamento comporta emissioni di CO2 e richiede ingenti quantità di acqua ed energia, in misura variabile a seconda delle dimensioni del comprensorio e della durata della stagione.

Le emissioni di CO2 sono dovute principalmente all’utilizzo di energia non rinnovabile e al consumo di gasolio da parte dei mezzi battipista, che possono arrivare a circa 35 litri all’ora. L’energia viene utilizzata per alimentare gli impianti di risalita e l’innevamento programmato, mentre l’acqua serve principalmente per produrre neve artificiale.
Secondo la guida ‘Carbon Footprint di una stazione sciistica’, per ogni metro di dislivello servito dagli impianti di risalita si consumano tra 300 e 1300 kWh/anno. Questo significa che una seggiovia che supera alcune centinaia di metri di dislivello può richiedere, in una sola stagione, alcune centinaia di migliaia di kWh di energia elettrica.
Se pensiamo che in Italia attualmente esistono 286 comprensori, con oltre 5.000 km di piste e circa 1.800 impianti di risalita, il consumo complessivo annuo è stimato tra 1 e 2 TWh di elettricità. L’equivalente del fabbisogno elettrico annuo di circa 400.000–800.000 famiglie italiane. Non rende ancora a sufficienza l’idea? L’energia è pari a quella che serve per tenere accese tra i 90 e i 180 milioni di lampadine per un anno intero.

E in estate?

L’impatto dei comprensori non si limita alla stagione invernale. Durante l’estate si lavora per l’inverno successivo. Gli impianti di risalita, le piste, i rifugi e i bacini idrici richiedono una manutenzione continua, che si traduce in cantieri diffusi e in una presenza costante di mezzi e operatori sul territorio. Negli ultimi anni, inoltre, molti comprensori hanno ampliato l’offerta turistica estiva: alle piste da sci si affiancano percorsi per trekking, mountain bike e altre attività outdoor. Se da un lato questo consente di sfruttare infrastrutture già esistenti, dall’altro aumenta il consumo di energia e le emissioni complessive su base annua. Si prolunga inoltre il periodo di presenza umana in montagna, intensificando il disturbo alla fauna alpina anche nei mesi cruciali per la riproduzione e l’allevamento della prole.

Dov’è finita la neve?

Uno studio del 2024 ha mostrato che negli ultimi 40 anni è diminuita l’intensità delle nevicate, ed è aumentata la temperatura media registrata in inverno. In alcune aree questo significa meno precipitazioni complessive; in altre, precipitazioni che un tempo cadevano sotto forma di neve oggi arrivano come pioggia. Le zone più colpite sono quelle a quote inferiori ai 1.500 metri, dove la scarsità di neve naturale è ormai strutturale. Per compensare questa mancanza si ricorre sempre più all’innevamento artificiale. La neve prodotta artificialmente è neve a tutti gli effetti, ma viene ottenuta nebulizzando acqua accumulata in bacini artificiali. Se in passato rappresentava un’integrazione occasionale, oggi è diventata indispensabile per garantire l’apertura dei comprensori per l’intera stagione. Le Olimpiadi invernali di Pechino del 2022 ne sono un esempio emblematico: le competizioni si sono svolte esclusivamente su neve artificiale, in una regione dove le precipitazioni nevose naturali non sono più sufficienti. La produzione di neve artificiale ha però un costo ambientale elevato. Con un metro cubo di acqua si producono circa 2,5 metri cubi di neve; in alternativa, sono necessari 400–450 litri di acqua per ottenere un metro cubo di neve. Secondo il WWF, in Italia vengono utilizzati ogni anno circa 95 milioni di metri cubi di acqua per l’innevamento delle piste, con un consumo energetico di circa 600 GWh: l’equivalente del fabbisogno elettrico di una città di 1,5 milioni di abitanti.

Olimpiadi e neve artificiale: la pressione sulle montagne

Nonostante i dati a disposizione, i costi e l’impatto ambientale, si continua a investire in un settore che ha un futuro sempre più incerto. Le Olimpiadi invernali che stanno cominciando sono forse la miglior testimonianza di quanto il cosiddetto “business as usual” sia attuale in questo settore.
Nel 2016, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi aveva chiesto che non venissero più organizzati giochi olimpici invernali sulle Alpi perché insostenibili per un ambiente così delicato. Dieci anni dopo, tutti i giornali parlano degli impatti che questo evento sta già avendo e avrà sull’ambiente, con un occhio di riguardo all’aspetto “neve” che ha tardato ad arrivare o non è ancora arrivata. È ancora presto per stabilire quale sarà l’effettivo impatto, ma le stime danno dati preoccupanti: 948 mila mc di acqua per produrre 2,4 milioni mc di neve.

Verso il futuro: un compromesso inevitabile

La maggior parte dei comprensori sciistici è stata costruita tra gli anni ’60 e gli anni ’80. Oggi il dibattito si concentra soprattutto sull’ammodernamento degli impianti e sulla loro sostenibilità economica e ambientale. Molti comprensori stanno introducendo misure di mitigazione: impianti di risalita più efficienti, pannelli solari per la produzione di energia rinnovabile, un utilizzo più mirato dei cannoni per l’innevamento programmato e l’impiego di mezzi battipista ibridi. Tutte queste misure non renderanno i comprensori sciistici a impatto zero, ma sono comunque un tentativo per ridurre l’impatto di strutture già esistenti.
In un contesto di cambiamento climatico e di crescente fragilità degli ecosistemi alpini, la questione non è più solo come rendere sostenibili i comprensori, ma fino a che punto questo modello turistico sia compatibile con il futuro delle montagne.
La questione dello sci è quindi oggi estremamente controversa. Non riguarda solo gli sciatori e gli appassionati, ma coinvolge intere comunità, territori montani e regioni che su questo settore hanno costruito la propria economia e anche la propria identità, insieme agli ecosistemi alpini che ne sopportano i costi. Non sarà semplice trovare una soluzione condivisa. Tuttavia, i dati scientifici ci dicono con chiarezza che rimandare non è un’opzione.

 

Riferimenti

Rolando A., 2017, Corso ONCN CAI, Parco Monte Avic

Carbon footprint di una stazione sciistica a cura del Politecnico di Torino, Csi Cuneo-Cuneo Neve, Camera di Commercio di Cuneo, IMPREDD

Bozzoli et al., 2024, Long-term snowfall trends and variability in the Alps

Nevediversa, Dossier 2019, Sport invernali e cambiamenti climatici, a cura di Legambiente

Tale madre tale figlia: riprodursi da sole, il lato sorprendente della natura

La natura, si sa, è molto più complessa e originale di quanto ci si possa aspettare. La partenogenesi (dal greco antico parthénos, "vergine" e génesis, "nascita", “nascita verginale”) è tra gli esempi più chiari. Un fenomeno per cui le femmine non hanno bisogno di un partner per riprodursi: le loro cellule uovo si sviluppano senza fecondazione.
È diffusa sia tra gli invertebrati, specialmente insetti, sia tra i vertebrati, in particolare tra i pesci e i rettili. Nel corso dell’evoluzione la partenogenesi si è notevolmente diversificata, partendo da una riproduzione molto semplice: la riproduzione clonale, in cui la progenie è geneticamente identica alla madre e di conseguenza la popolazione è costituita da sole femmine.

Ma perché la natura ha preso questa strada?

Se la partenogenesi si è diffusa come strategia riproduttiva ha evidentemente dei vantaggi. In primis, un risparmio di tempo ed energie: cercare un partner, corteggiarlo e accoppiarsi è molto faticoso. Questa strategia permette inoltre di aumentare velocemente la dimensione della popolazione. E se le popolazioni diventano indipendenti dalla presenza di maschi, allora sono sempre in grado di riprodursi e di conseguenza di sopravvivere e diffondersi.
Ma ci sono anche degli svantaggi. La partenogenesi comporta l’assenza di variabilità genetica, garantita invece dalla fecondazione. E così tutti gli individui sono uguali tra loro, e quindi esposti allo stesso modo alle variazioni dell’ambiente esterno. Ed è anche più probabile che compaiano mutazioni svantaggiose del DNA. Una risposta adattativa a questo problema in molte specie, come alcuni squali, è stata la comparsa di una sorta di rimescolamento del genoma materno durante la formazione delle cellule uovo, così da evitare che gli individui siano tutti identici.

A ognuno la sua

In natura si distinguono partenogenesi obbligata, facoltativa e accidentale a seconda della frequenza con cui le specie sfruttano questa modalità.
Esistono circa un migliaio di specie in grado di riprodursi solo per partenogenesi (partenogenesi obbligata). In questi casi, i maschi semplicemente non esistono. Nel genere Aspidoscelis, per esempio, ci sono una trentina di specie di lucertola unisessuali. Lo stesso vale per Lepidodactylus lugubris, un piccolo geco tropicale che grazie a questa strategia riproduttiva è riuscito in poco tempo a colonizzare nuovi territori.
Nel Golfo del Messico, invece, vive un pesce che si riproduce in un modo molto particolare, la Poecilia formosa o Molly amazzone. In questa specie, lo sviluppo dell’embrione inizia solo dopo il contatto con lo sperma di altre specie, anche di generi diversi. In questi casi si parla di ginogenesi.
Ci sono poi specie che alternano la partenogenesi, quindi facoltativa, alla riproduzione sessuale, come nel caso delle api. In ogni sciame c’è una sola ape regina che è l’unica in grado di deporre le uova e di conseguenza è lei a “decidere” se fecondarle o meno. Durante il suo primo e unico volo, la regina raccoglie il seme maschile con cui feconderà le uova negli anni successivi: se le uova vengono fecondate nascono delle femmine, se non vengono fecondate nascono dei maschi.
Ma l’incredibile complessità della natura ha fatto ancora di meglio: alcune specie, che si riproducono sessualmente, in alcune condizioni si possono invece riprodurre per partenogenesi. È un tipo di partenogenesi “accidentale”, riscontrabile in circa 15.000 specie, ed è presente in tutti i gruppi di vertebrati tranne i mammiferi. È l’esempio dei draghi di Komodo (Varanus komodoensis): le femmine sono in grado di riprodursi per partenogenesi in caso di scarsità o totale assenza di maschi. E così anche per numerose specie di squalo in cattività: in vasche di sole femmine di squalo martello (Sphyrna tiburo), palombo (Mustelus mustelus) e squalo zebra (Stegostoma tigrinum) sono comparsi dei piccoli.

Nel 2015 è stato scoperto il primo caso di partenogenesi accidentale nei vertebrati. Durante il monitoraggio di una piccola popolazione di pesci sega (Pristis pectinata) in Florida, specie gravemente minacciata di estinzione, sono stati individuati sette esemplari femmina con un’identica firma genetica, indizio del loro sviluppo per partenogenesi. Questo primo caso documentato in natura suggerisce che la partenogenesi nei vertebrati potrebbe essere meno rara di quanto si pensasse.

Strategia di sopravvivenza e segnale di allarme

Da un punto di vista evolutivo, essere in grado di fare partenogenesi in caso di necessità è un grande vantaggio ed è probabile che questa capacità sia stata mantenuta dalle specie come strategia di emergenza: se ci sono pochi maschi si riesce comunque a garantire la sopravvivenza della specie, in attesa che le condizioni tornino favorevoli per la riproduzione sessuata. Ad oggi, non è certo cosa spinga le femmine a riprodursi per partenogenesi, ma sicuramente la scarsità o assenza di maschi e il calo della popolazione sono due fattori fondamentali.
Al di là dell’interesse scientifico, la partenogenesi in una popolazione naturale a rischio di estinzione, come il caso dei pesci sega della Florida, è un campanello d’allarme per la sua conservazione. Si corre infatti il rischio di un circolo vizioso: una popolazione minacciata di estinzione comincia a riprodursi per partenogenesi per sopravvivere, riduce così la sua variabilità genetica e si espone ancora di più al rischio di estinzione. Non solo: se le condizioni della popolazione non dovessero migliorare nel tempo, si potrebbero verificare più cicli di partenogenesi, il che potrebbe aggravarne rapidamente lo stato di conservazione.

Alla luce di questo quadro, proteggere queste specie e i loro habitat non è solo una scelta di conservazione: è l’unico modo per evitare che una strategia evolutiva che oggi le salva diventi domani la causa della loro scomparsa.

Riferimenti

Cerepaka C. et Sclupp I. 2023. Sperm specificity and potential paternal effects in gynogenesis in the Amazon Molly (Poecilia formosa). PeerJ, 11
Esposito G. et al. 2024. First report of recurrent parthenogenesis as an adaptive reproductive strategy in the endangered common smooth-hound shark Mustelus mustelus. Scientific reports, 14
Tsui-Wen Li, Jhan-Wei Lin, Si-Min Lin. 2023. Intensive and efficient egg-laying tempo of the parthenogenesis mourning gecko Lepidodactylus lugubris. Herpetological Journal, 33
https://www.nationalgeographic.it/come-funziona-la-partenogenesi-ossia-la-riproduzione-virginale-di-alcuni-animali
https://education.nationalgeographic.org/resource/how-asexual-lizard-procreates-alone/
https://blog.3bee.com/le-riproduzioni-piu-incredibili/#next-3
https://www.lescienze.it/news/2015/06/03/news/partenogenesi_vertebrati_pesce_sega_in_natura-2634656/

 

Foto: CC-BY-SA-4.0 via WikiCommons

 

Il ritorno della lontra: una sfida alpina lungo il Ticino

Sinuosa, silenziosa, sfuggente. La lontra europea (Lutra lutra) è tornata a farsi vedere – o meglio, a lasciare tracce – lungo le arterie d’acqua che attraversano le Alpi. Un ritorno che ha il sapore di una rivincita: dopo decenni di assenza, causata da inquinamento, caccia e distruzione degli habitat, questo mustelide acquatico sta riconquistando i suoi territori, da un corso d’acqua all’altro, spontaneamente.
Ma aspettare non basta. Il fiume Ticino, che nasce tra le vette svizzere per gettarsi nel Po, è oggi al centro di una sfida scientifica e ambientale: capire se può davvero accogliere la lontra, e come farlo senza sacrificare la complessità del paesaggio e delle attività umane.

È qui che entra in gioco il progetto di Istituto Oikos Interreg ECO4TICINO, parte dell’Iniziativa Ticino, un programma transfrontaliero Italia-Svizzera che punta a tutelare il paesaggio fluviale e favorire il ritorno spontaneo della lontra. Non con recinti o reintroduzioni, ma con monitoraggi rigorosi, modelli ecologici e una visione condivisa tra territori e con i portatori di interesse.

Un fiume sotto la lente

Nei prossimi mesi, un team di esperti guidato dall’Università degli Studi di Milano – La Statale e sotto il coordinamento di Istituto Oikos, scandaglierà il tratto italiano del Ticino a sud del Lago Maggiore. Lo farà con un piano di campionamento della fauna ittica che non prevede solo l’identificazione delle specie presenti, ma anche la misurazione di peso e dimensioni dei pesci, per stimare la biomassa disponibile: il “menù” che il fiume offre alla lontra. Parallelamente, analizzeremo la qualità delle acque, la presenza di anfibi (fonte trofica secondaria), la connettività con le altre popolazioni e i principali fattori di rischio: inquinamento, infrastrutture idroelettriche, cambiamenti climatici, mortalità stradale. Iniziative analoghe verranno promosse nel tratto svizzero dalla Fondazione Pro Lutra, nel 2026. Tutto per rispondere a una domanda cruciale: il Ticino è pronto?

Padrona di due mondi

La lontra non è solo un indicatore biologico. È un simbolo. Un animale che vive dove l’acqua è pulita, dove il paesaggio è integro, dove la convivenza tra uomo e natura è possibile. E il suo ritorno sulle Alpi – dall’Austria alla Svizzera, dalla Valtellina al Friuli – racconta una storia di resilienza e di speranza.
Ma vederla in natura è tutt’altro che facile. È un animale schivo, notturno, che lascia più mistero che certezze. Per chi vuole conoscerla da vicino, c’è un luogo speciale: il Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud nel Parco Nazionale Gran Paradiso. Qui, tra vasche e percorsi didattici, si può osservare la lontra mentre si avvita sott’acqua come un delfino in miniatura, usando la coda come timone. Uno spettacolo che incanta adulti e bambini, e che ricorda perché vale la pena lottare per ogni ritorno.

 

Foto: Alessio Minici

Reintroduzioni: ma a che servono?

Perché gli scienziati si ostinano a giocare a Noè, spostando animali da una parte all’altra?

C’era davvero bisogno di riportare gli orsi sulle Alpi o i gipeti nei cieli?
In effetti, sì. Le reintroduzioni non sono un capriccio da zoologi con manie di protagonismo, ma piuttosto qualcosa di simile alle operazioni a cuore aperto per un chirurgo: si fanno solo quando non c’è alternativa.
Una reintroduzione viene messa in atto quando una specie è scomparsa da un’area e la si “riporta a casa” per creare una popolazione autosufficiente. Viceversa, se una specie c’è, ma sta crollando, si parla di ripopolamento. In entrambi i casi si tratta di traslocazioni a scopo di conservazione: delicate, complesse e, sì, anche costose. Sono un modo per restituire all’ecosistema un pezzo mancante.

Il ritorno di una specie scomparsa nella sua area di presenza storica riporta equilibrio, biodiversità, funzionalità.
È il caso del grifone e del gipeto: avvoltoi maestosi, fondamentali anche perché si nutrono di carcasse, potenziali fonti d’infezione. Erano scomparsi dall’Italia per molti fattori, tra cui le esche avvelenate ma, grazie all’intervento dell’uomo, oggi sorvolano nuovamente le nostre montagne. Idem per l’orso e per la lince, reintrodotti sulle Alpi dopo che erano pressoché totalmente scomparsi, ma anche per lo stambecco e il cervo sardo, l’ibis eremita, la testuggine palustre, l’ululone dal ventre giallo e lo storione, per limitarci ai vertebrati. Reintroduzioni volute e programmate dalle pubbliche amministrazioni, che hanno seguito processi autorizzativi trasparenti e sono state supportate da studi per verificarne i presupposti biologici e tecnici.

Salvare una specie non è solo evitarne l’estinzione: è prendersi cura dell’intero ecosistema a cui appartiene. E quindi, a ben vedere, anche di noi stessi.