30 anni, un solo filo conduttore: le Alpi

Per il nostro anniversario abbiamo deciso di guardare avanti facendo una cosa insolita: tornare alle storie che ci hanno insegnato qualcosa. Questa è la prima.

Se dovessimo scegliere un luogo da cui ripartire per raccontare questi trent'anni, probabilmente sceglieremmo una montagna.
E se dovessimo scegliere una guida, sceglieremmo lui: lo stambecco.

Era il 1996. Oikos, appena nata, affronta il primo grande progetto in montagna: la traslocazione di un gruppo di camosci dalla Val di Lei alla Val Codera, dove la specie si era estinta. Non si trattava semplicemente di spostare animali, ma di capire se e come una popolazione potesse tornare a vivere in un ambiente da cui era scomparsa. Servivano dati scientifici, monitoraggi costanti, conoscenza del territorio e della specie. Niente di standard: il sistema di cattura lo inventammo sul momento. Le operazioni hanno richiesto perseveranza e fiducia. Lassù abbiamo imparato una delle lezioni più importanti: la conservazione funziona quando è guidata da una solida conoscenza scientifica. Solo osservando nel tempo le popolazioni e gli ecosistemi si può capire cosa funziona davvero, cosa va corretto e come intervenire in modo efficace.

Ci racconta com'è andata il nostro faunista Eugenio Carlini, che questa storia ha contribuito a crearla.

Se devo dire perché sono 30 anni che stiamo tra i monti della Lombardia e del Trentino c’è solo una parola: Guido*. Lo conobbi nel 1988, quando bussai alla porta del suo studio in università, perché volevo fare la mia tesi di laurea in montagna, il mio grande amore. Mi propose uno stage in Val di Scalve per monitorare stambecchi e camosci. Conservo ancora la relazione di quel lavoro, scritta a mano, con
le cartine disegnate e colorate con i pastelli.
Nel ‘96 ho svolto il mio primo vero lavoro sulle Alpi con Oikos, appena fondata: la traslocazione dei camosci dalla Val di Lei alla Val Codera, dove la specie era scomparsa a causa della riduzione degli habitat e dell’attività umana.
In queste attività Guido dimostrava sempre molta esperienza, ma soprattutto una rara inventiva. Abbiamo infatti inventato un sistema di cattura mai usato prima: un palo con dei tiranti e un tubo a forma di anello con agganciata una rete. Lo scatto era quello di un cancello elettrico con comando a distanza. Attiravamo i camosci con il sale, di cui sono ghiotti, e poi, dall’altro versante della valle, facevamo scendere il recinto con il telecomando. Una volta che i camosci erano pronti per il trasporto, con l’elicottero li portavamo in Val Codera.
Il ricordo più vivo, quello di un’esperienza che mi ha permesso di sviluppare competenze ancora oggi indispensabili per svolgere al meglio il mio lavoro in Oikos, ha come protagonista Vida. Uno dei 10 orsi che abbiamo liberato dal maggio del 1999 in Trentino e di cui per dieci anni abbiamo studiato gli spostamenti.
Un giorno stava attraversando la Valle dell’Adige, e io come sempre ero dietro di lei. Lo ricordo come fosse ieri. Era sul filo di cresta e in soli 40 minuti è scesa a valle, fino all’autostrada. In quella notte del 30 agosto del 2001, un’auto la investì. Il guidatore chiamò i soccorsi, ma la polizia stradale non ci credeva. Poi videro un faro rotto, scesero lungo la scarpata e trovarono l’orsa sotto shock. E scattò l’allarme.
Nell’impatto si era rotto il radiocollare e io avevo perso le tracce, ma nella stazione della polizia c’era un avviso con il nostro numero da chiamare in caso di segnalazioni di orsi.
Così abbiamo ritrovato Vida. L’abbiamo trasportata, addormentata, fino a Spormaggiore.
Aveva una frattura scomposta di ulna e radio della zampa anteriore sinistra; se i veterinari l’avessero operata e ingessata, avrebbero dovuto nutrirla per 30 giorni ma a quel punto tenerla in cattività per sempre. Hanno invece deciso di tenerla anestetizzata per qualche ora, darle un antibiotico a lento rilascio per le escoriazioni e poi liberarla in Val di Tovel: lì, con un nuovo radiocollare, avremmo monitorato il suo respiro durante la notte.
Ma alle 3 del mattino scattò il sensore di mortalità. Rimasi sdraiato nell’erba con la radio accesa e il fiato sospeso. Poi, alle 4.45, nel chiarore dell’alba, il segnale riprese. Vida alzò la testa, sollevò la zampa sana e la caricò per alzarsi. Aveva dormito così profondamente che il sensore aveva registrato uno stato simile al letargo. Nei 30 giorni successivi, necessari perché l’osso si saldasse, Vida cambiò i suoi
ritmi vitali: dormiva di notte ed era attiva di giorno, per poter vedere dove mettere le zampe.
Dopo qualche tempo mi chiamò un guardaparco del Parco Adamello Brenta dicendomi che era stata vista correre. L’ho lasciata alla fine di giugno del 2002, a 600 km da dove l’avevamo liberata. Nell’ambito di questo progetto abbiamo applicato una delle grandi intuizioni di Guido, ovvero quella di creare sempre una squadra di persone affiatate. Perché se non ti fidi delle persone con cui svolgi attività
così delicate non puoi raggiungere l’obiettivo, e l’impresa scientifica fallisce. Tutti noi nel corso di questi anni abbiamo sempre cercato di fare nostra questa attitudine.

Il più grande insegnamento di vent’anni trascorsi in montagna è che nulla è impossibile: riportare stambecchi, orsi o camosci nei territori dove erano scomparsi era per molti un’utopia, ma ce l’abbiamo fatta. La natura ha una capacità rigenerativa spaventosa.

Da lì sono passati trent'anni di reintroduzioni, censimenti, studi ecologici e monitoraggi faunistici sulle Alpi. L’approccio resta lo stesso metodo: stare sul campo, il più vicino possibile, abbastanza a lungo da imparare qualcosa che nessun libro racconta ancora.

*Guido Tosi, docente universitario e co-fondatore di Istituto Oikos