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21/7/2010

Dagli Appennini al Kilimanjaro: Andrea Mandrici racconta la sua Africa.

L’East Africa, culla dell’umanità, e le sue Aree Protette, le più famose del mondo. Serengeti, Ngorongoro, Kilimanjaro, ma anche Rift Valley e Olduvai: nomi e immagini noti fin da bambino. La Tanzania è una meta scontata per un naturalista appassionato di grandi Mammiferi, di viaggi, di fotografia, di antropologia...
Non per me.
Per colpa un po’ del Grande Nord di Jack London (e di Zio Paperone), un po’ di un imprinting familiare montano, i miei interessi sono stati sempre nettamente “boreali”, e mi hanno portato dalla strada della Capitale ai boschi dell’Appennino, per mettere radiocollari a lupi e gatti selvatici europei per una decina d’anni, e i miei viaggi sono stati sempre caratterizzati dall’incremento di latitudine o di altitudine.
Ma l’Umbria non è il Klondike, e nel 2008 arriva il momento di cambiare. L’occasione è la posizione disponibile come G.I.S. Expert (Junior!) per un progetto di Oikos nel Meru District Council della Regione di Arusha, che si sposava bene con la mia competenza in software geografici, gps e cartografia numerica... un po’ meno con i miei trentacinque anni di allora!
Avevo conosciuto Oikos ad un convegno faunistico nel 1996, dove  presentava un lavoro di radiotracking sugli elefanti. Non ho avuto contatti diretti con loro né allora, né per i 12 anni successivi, ma quel lavoro (e chi lo aveva firmato), così distante dal contesto provinciale della ricerca italiana, mi era rimasto impresso. Ci siamo scelti, e in due mesi mi sono trovato a chiudere (di nuovo) una vita e ad aprirne un’altra, imprevista, in Africa.

 

La Tanzania è una ex-colonia, prima tedesca poi inglese, ex-stato socialista, dove attualmente vige un sistema, almeno formalmente, multipartitico.
È il cuore del turismo mondiale dei leoni e di quello quasi tutto Italiano dell’isola di Zanzibar ma resta un Paese essenzialmente agricolo, tra i più poveri del mondo.

 

Oikos ha due sedi di lavoro: l’ufficio di Arusha ed il Training Camp di Mkuru, base per tutte le attività di campo.
Arusha è una città ricca (beh, chi può...) perché è sede del Tribunale UN per i crimini in Rwanda e base per i safari nei Parchi del Nord (i più famosi), quindi vi circolano molti soldi occidentali. Si trova a Sud di Mount Meru (quasi 5000 metri), piove spesso, c'è molta vegetazione.
Mkuru è un sottovillaggio Maasai del villaggio di Uwiro, nell’Engarenanyuki Ward (il Ward è un po’ l’equivalente della nostra Comunità Montana). Mkuru è a Nord-Est del Meru. Non piove quasi mai, è in pieno bush.
Da Mkuru si prosegue a Nord attraverso la savana arida per circa novanta chilometri fino al Kenya. Ad Est del Meru c'è, a vista, il Kilimanjaro.

 

Oikos East Africa è ben radicata sul territorio, grazie al pluriennale lavoro pregresso: le relazioni con enti e beneficiari sono solide, e questo rende il nostro lavoro più facile, oltre che la vita più comoda, rispetto alla media di altre NGO impegnate in Africa.
Ci sono quattro progetti in opera in questo momento: Energy, Water, Food Facility e Sustainable Development. Ogni progetto ha difficoltà peculiari, ma mentre  risulta  oggettivamente facile spiegare a chiunque l’utilità di progetti che forniscono ai villaggi energia da fonti rinnovabili, acqua potabile, o autonomia nella produzione del cibo anche durante le due stagioni aride, non è chiaro a tutti a cosa serva, in questo contesto, un “piano regolatore”. E io lavoro proprio su  quest'ultima attività, insieme a Caterina (zoologa come me, brianzolissima, stakanovista Project Manager, nonché Direttore di tutta la baracca), Janemary ed Elard (entrambi Project Assistant, Tanzaniani: lei ecologa, lui Land Use planner). Una squadra dove se viene a mancare il contributo di uno, non si può pensare di raggiungere un buon risultato.

 

Il nostro progetto è di supporto all’attività governativa di realizzazione del Land Use Planning per tutti i Villaggi della Tanzania. È finanziato dal Ministero degli Esteri Italiano, il partner locale è il Meru District Council (la nostra Provincia), i beneficiari sono i cinque villaggi dell’Engarenanyuki Ward, di etnia Maasai, Wameru e Warusha, che convivono  non sempre pacificamente, utilizzando in modo diverso le risorse (terra, acqua), disponibili in modo incostante secondo la stagione: allevatori i Maasai, coltivatori di pianura (pomodori) i Meru, coltivatori di montagna gli Warusha.
I principi del Land Use Planning emanati dal Governo nel 1999 sono moderni, almeno teoricamente: eguale accesso alla proprietà della terra per tutti i Tanzaniani, indipendentemente dal sesso, dal colore o dalla tribù di appartenenza; uso sostenibile delle risorse, sostituzione della monocoltura e dell’incendio periodico; approccio multi-disciplinare nella formulazione dei piani; processi partecipavi nelle decisioni; individuazione dei Consigli di Villaggio come elementi chiave nell’agenda; individuazione di un ruolo ben definito di facilitatori per gli outsider (noi), piuttosto che di realizzatori esclusivi dei piani.

 

La realtà è un po’ complicata da alcuni fattori: il sovrappascolo, l’eccesso di salinità dell’acqua per l’irrigazione, l’abuso delle risorse effettuato in passato hanno già degradato l’ambiente, ed è necessaria una cura particolare per consentire un, neanche troppo lento, potenziale ripristino ambientale. La questione della proprietà della terra per ragioni storiche, etniche, ecologiche ed economiche è un argomento caldissimo, e i conflitti possono esplodere violentissimi e inattesi in ogni momento. Manca totalmente l’infrastruttura tecnologica a livello di Distretto, per la gestione della discreta mole di dati che è stata prodotta, e per l’aggiornamento degli stessi. Non è un problema da poco il fatto che alcuni individui, o anche alcuni enti, sono “viziati” dal sistema di partecipazione occidentale allo sviluppo locale, e per questo motivo si muovono pigramente, in modo inefficiente.  

Il progetto ha avuto due fasi “di campo”: la realizzazione dei confini di villaggio, per la quale promuovevamo la scelta del luogo di collocazione e la messa in posto dei beacon (i nostri cippi), e la catalogazione sistematica e georeferenziata delle risorse presenti sul territorio, dalle infrastrutture alla fauna, passando per i suoli, la vegetazione, ecc... Queste due fasi hanno coinvolto tutti i consigli di villaggio in un numero infinito di riunioni e seminari. La fase finale, che mi tiene chiuso in ufficio in questo momento, consiste nella realizzazione della banca dati geografica per il Distretto.

 

Le difficoltà sono state numerose.
Durante alcune riunioni ho ammirato il tono pacato tenuto dai partecipanti di tribù diverse su argomenti a volte scottanti, facendo il paragone con la frequente violenza verbale di una nostra banale riunione condominiale. In realtà con fare sì tranquillo, secondo la traduzione dal kiswahili che i colleghi effettuavano per me, si stavano minacciando di morte per pochi metri di terra.
La realizzazione dei confini è stata complicata dalle presenze “ingombranti” dell’Arusha National Park (http://www.tanzaniaparks.com/) ad Ovest, e del West Kilimanjaro NARCO Ranch (http://narcotz.com/) a Nord-Est, della nostra Area di Intervento: la Tanapa, agenzia nazionale per le aree protette Tanzaniana, ha metodi gestionali tutt’altro che partecipativi, e NARCO, azienda agricola governativa, è in conflitto con i villaggi per alcune porzioni di territorio colonizzate.
I workshop sono stati resi un po’ più difficili dalla frequente mancanza di alfabetizzazione dei beneficiari, e dalla mia non conoscenza del Kiswahili.

Ma forse la parte più difficile è stata la conquista della fiducia da parte dei villaggi, per la quale ci sono voluti un anno e mezzo di cura maniacale della correttezza e dell’imparzialità dei dati.

 

L’obbiettivo finale è quello di lasciare al Meru District Council, oltre che il piano di gestione per la nostra area di intervento, un sistema di supporto alle decisioni che sia replicabile per tutto il territorio distrettuale. Per questo abbiamo curato la formazione del personale sull’uso di gps e software geografici, nettamente orientati verso il mondo Open Source (http://www.osgeo.org/) e i dati geografici liberi (http://srtm.csi.cgiar.org/, http://www.worldclim.org/, http://www.africover.org/) per garantire il contenimento dei costi e, secondo il mio parere partigiano, ottimi risultati.

 

Andrea Mandrici

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